bc2012#18 | Allo specchio

Posted on 18 settembre 2012

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Lungo il sentiero Marini

Allo specchio

di Luca Chiarcos (Codroipo, UD)
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Come sempre arriva il lunedì. C’è un momento della giornata che si dilata all’infinito, in cui il tempo si ferma e i pensieri corrono senza limiti di tempo.

Ad alcuni potrebbe sembrare una bestemmia, ma quando sei li a farti la barba davanti allo specchio i pensieri corrono sciolti come nel cielo libero di una cima.
Rivivo le ferie appena trascorse, tra una passata di rasoio e l’altra. Le arrampicate con gli amici nelle dolomiti selvagge, quelle friulane, cosi lontane da tutti e da tutto; sento ancora la solitudine dei nostri passi lungo il sentiero Marini.

Altre emozioni e altre solitudini di quest’estate si fanno vive nello specchio: con Nadia lungo l’alta via Günther Messner: le nebbie come sipari dispettosi sulle Odle ci relegavano in un’altalena di atmosfere ovattate e panorami grandiosi che appena si facevano intuire.
Poi il silenzio si è fermato e siamo arrivati nel cuore delle Dolomiti che conoscono tutti. Schiamazzi e traffico. Automobili su automobili, villeggianti su villeggianti.
Una sorta di tristezza, come davanti ad un atto sacrilego. Anche li però basta poco per alzarsi sopra la folla, per immergersi nei silenzi. Qualche metro di dislivello in più tra partenza e meta e tutto risplende di silenzi inaspettati. E’ li che abbiamo portato Gabriele.

Lungo l’alta via Günther Messner

Con  pazienza l’abbiamo accompagnato lungo sentieri ricchi di cose da scoprire: fiori, funghi, sassi da lanciare nei rivoli e nei laghetti. I fischi delle marmotte e il verde dei pascoli sotto il turchese del cielo.
«Ma ti piace andare in montagna con mamma e papa?» sentire il suo “Si!” come risposta inebria e rende l’animo leggero.

Leggero come il tempo che vola: sembra l’altro giorno che Nadia spingeva la carrozzina in Val Prescudin, aveva quindici giorni.
Da allora ben trenta cime in carnet e con tutti i mezzi: marsupio, passeggino, zaino e scarponi. Una fatica fisica e logistica uscire in ogni stagione con un bambino piccolo. Certo ora a tre anni cammina e le cose si fanno più semplici.
Le sere in rifugio si scherza e guardando le montagne che ci circondano gli chiedo se mi porterà in cima. Mi guarda sorridendo e dice no per dispetto. Poi si ferma a guardarmi e mi dice serio “Si!”

Sorrido anch’io. Ma dentro sento la solitudine del distacco. Quando lo vedrò andare avanti lungo il sentiero con gli amici.
Dentro di me d’un tratto anche un lampo d’ansia. Il giorno che forse arriverà, un domani, se il piccolo seme dell’alpinismo attecchirà anche in lui.
Il giorno in cui magari mi chiederà la ferramenta e le corde: “vado ad arrampicare”. Dove? Con chi? Hai le relazioni? Quante domande gli farò consapevole di quello che andrà a fare? Che papà sarò in quel momento?

Intanto ho finito di fare la barba e mi guardo allo specchio: l’importante è che cresca bene e che queste esperienze facciano di Lui un bravo ragazzo prima, e un uomo coscienzioso dopo. Se poi vorrà seguire i sentieri che portano in alto ben venga.
Sicuramente gli darò corda. Sicuramente sarà il passaggio più difficile della mia carriera alpinistica. E anche il più emozionante.

Nel labirinto del Latemar

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