130 anni di alpinismo sulle Dolomiti d’oltre Piave

Posted on 13 settembre 2012

2



di Emilio Da Deppo

Sabato 1° settembre 2012 al Rifugio Padova è stato organizzato un incontro per divulgare la storia alpinistica della catena Monfalconi e Spalti di Toro.

Tralasciando le attività pastorizie e di caccia che nella valle risalgono ai primi dell’800, con probabili prime ascensioni per motivi di sopravvivenza, la presenza di escursionisti e scalatori si può datare 1860.
Inizialmente furono i botanici, alla ricerca di piante officinali e fiori da studiare o geologi interessati all’evoluzione della dolomia.
Successivamente sulla scia delle imprese compiute da inglesi e tedeschi sulle più importanti vette dolomitiche, iniziò l’ epoca della corsa al primato nelle ascensioni.
Le Dolomiti che sovrastano la Val Talagona non sono molto elevate, la più alta è il Cridola con i suoi 2581 m.
Sono state però censite oltre 130 tra cime, torri, guglie, campanili e pinnacoli che affondano nel cielo, all’epoca tutte vergini.

Nel 1884 appare Kugy che per le ragioni sopra esposte riesce a salire per primo alla punta est del Cridola, constatando le enormi possibilità di “fare suo” l’intero gruppo.
Preferì dedicarsi alle Alpi Giulie, lasciando ad altri il primato.
Dal 1885 al 1910 quasi tutte le cime trovano il loro padrino, e molti vi legarono il proprio nome.

Inizia così un racconto molto interessante che gli Accademici del Gism, Dante Colli e l’autore di questo post hanno esposto agli appassionati che hanno affollato il rifugio, creando una piacevole intimità alimentata dalla giornata piovosa.

Un lungo elenco di nomi in cronologia da Steinitzer, Patera, Schuster, Uhland, Mantica, De Gasperi e Feruglio giungendo a Saar e Glanvell che dalla Casera Pra di Toro partirono per la leggendaria conquista del Campanile di Val Montanaia, a Berger che nel 1903 salì per primo il Campanile di Toro, fino al protagonismo di Tita Piaz che frequentò quelle montagne per quattro estati.

E poi Antonio Berti assieme a Bleier e Schroffenegger, ed i Fratelli Fanton che nelle loro imprese intravidero l’ esigenza di realizzare nel 1910 il Rifugio Padova.
Rifugio al quale affiancarono per quasi 20 anni un giardino botanico, non solo con fiori e piante di montagna, ma anche un laboratorio universitario per esperimenti di acclimatazione in ambiente alpino ostile, per piante forestali, da frutta e medicinali.

Campanile di Toro, parete nord-ovest (ph. Mario De Martin)

Le due guerre mondiali sopirono l’interesse, e gli alpinisti cercarono nuovi luoghi e nuovi primati, fino a quando nel 1951 apparvero casualmente e contemporaneamente al Rifugio Padova, l’ingegnere tedesco Herberg e lo studente di medicina milanese Altamura.
Nacque un sodalizio che durò oltre un decennio, e che permise l’esplorazione, la catalogazione, le rilevazioni altimetriche e la descrizione di ogni singola vetta e parete.
Il tutto in un contesto di ammirazione ed elogio per quei luoghi silenti e primordiali che Altamura così espresse:

«Ogni abete era la gloria di Dio, il cielo e le nuvole non avevano il loro colore, ma il colore di una musica meravigliosa. Compresi quel giorno che quei monti mi avrebbero accolto, mi avrebbero dato tutto quello che la madre terra può darci, oltre il cibo, l’acqua ed infine la sepoltura; mi avrebbero riempito la vita ed i sogni e mi avrebbero consolato di tutto quello che il mondo degli uomini deve necessariamente negare.»

Parte di questa storia è ben documentata all’ interno del rifugio, con un museo che raccoglie documenti, testimonianze e cimeli di un epoca romantica.
Epoca che dagli anni 80 dello scorso secolo, ha trovato alimentazione nei giovani, ed in una generazione che ha saputo cogliere l’ aspetto del rapporto uomo/montagna come simbiosi.

E così il racconto diventa testimonianza diretta da parte di Roberto Sorgato, Alziro Molin, Giovanni De Biasi che offrono ai presenti un piacevolissimo spaccato di avventure, emozioni ed aneddoti.
Credo ci sia stato un passaggio ideale di testimone con i più giovani Peverelli, Dall’Omo, Da Deppo… ed a cascata ai già blasonati “ragazzi” De Martin e Meneghin.
Tocca a loro sciogliere il nodo del futuro dell’alpinismo, se ritrovare il romanticismo dei pionieri,nella dimensione umana che li ha caratterizzati, oppure esasperare la prestazione fisico atletica.

Il pomeriggio si è chiuso sulle note dei violini che tre ragazzi hanno regalato come sottofondo alla conversazione. La loro melodia per me è già una risposta.

Il Ramo del Cadin di Toro visto dalla Cima Herberg Gruppo del Cridola (ph. Apollonio Da Deppo)

foto di apertura del post: La catena degli Spalti di Toro da Domegge (ph. Mario De Martin)

Emilio Da Deppo| Vice Presidente Cai Veneto, accademico Gism, consigliere Fondazione Berti, componente del cdr de Le Dolomiti Bellunesi
Annunci
Messo il tag: