bc2012#01 | La valle degli ultimi

Posted on 16 settembre 2012

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La simpatica ed energica Nidia che, nonostante gli anni, ancora va a falciare ripidi prati di montagna

La valle degli ultimi

di Vittorino Mason (Castelfranco Veneto, TV)
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C’è una valle che più di altre ritorna nei miei pensieri e, da quando l’ho scoperta, la frequento spesso.

Sarà per quei due, tre amici, ormai vecchi, che di tanto in tanto vado a trovare per ascoltare i loro racconti, sarà per le vicende e le storie che conserva, o forse per quella sua triste e sconsolata solitudine.

La Val di Seren, posta a nord del Massiccio del Grappa, è una valle che mi sta a cuore perché è come un’icona, il museo all’aperto di una storia scomparsa ma di cui ancora si può leggere traccia. In questa valle, nelle poche anime rimaste, vedo tutto ciò che ho perduto: la mia storia, la mia terra, la mia campagna, il mio paese, le mie radici. Mi piace camminare da quelle parti, soffermarmi a chiacchierare con qualche vecchio, stare lì in un prato ad ascoltare gli uccelli, il vento e poi il rintocco delle campane. Tutto ha un altro tempo in quei luoghi.

A Pian della Chiesa c’è una vecchia casa, ci abita un’anziana dai lunghi capelli bianchi raccolti a treccia. È sempre lì, seduta sulla panchina, ad aspettare che arrivi qualcuno, oppure a sbirciare dalla finestra socchiusa. Attende, conta i minuti, ascolta i rintocchi delle campane, guarda i gatti e i gerani rossi sul balcone aspettando la sua ora. Non è rimasto nessuno a farle compagnia.

Sembra di stare in un altro mondo quando si è in quella piazza assolata dove tutto sembra essersi fermato; è come se il passato fosse stato coperto dal silenzioso e selvaggio abbraccio della vegetazione circostante e l’umanità scomparsa, scappata via, morta, dimenticata. Ma lì, tra le pietre delle case, qualcuno annaffia e le rose di maggio ancora profumano. Una voce intona un canto soave e par di stare in paradiso.
Verrebbe voglia di trasferirsi lì, per ritrovare un altro spazio-tempo, per ritrovare un’armonia e una pace perdute, per ridare vita a questa piazza che un tempo, nelle sere d’estate, sarà stata una festa. Me la immagino con un giro di sedie, gli uomini e le donne seduti, i bambini in cerchio a giocare e a tirare tardi tra i voli delle rondini e l’ammiccare delle lucciole, i ragazzi più grandi a fare la corte alle ragazze.

Uno degli ultimi fieri abitanti di Pian della Chiesa in Val di Seren del Grappa

Qualche giorno fa sono andato a trovare Luigi, il vecchio cantore di Pian della Chiesa, e lui, alla soglia degli ottantaquattro anni, parlando della sua valle mi ha detto:

«Guarda qua, un tempo qui vi erano quasi tremila abitanti, ora solo pochi vecchi. C’è solo un bambino! In questa valle che scende dal Monte Grappa, c’era un antico ghiacciaio che giungeva fino a novecento metri d’altitudine. I primi abitanti che si sono insediati, hanno lottato contro un ambiente difficile, riuscendo a costruirsi una casa e, attraverso mille sacrifici, vivere.
Guarda là – indica dal ballatoio verso i monti di fronte –, un tempo quei boschi erano tutti prati falciati, pascoli verdi, mentre ora siamo prigionieri della natura. Siamo stati sconfitti e nessuno ha più il coraggio di venire a vivere qui e a lottare per raccogliere i frutti dalla terra!
Sì, l’ignoranza e la povertà ci hanno condannato a una vita dura, fatta soprattutto di stenti. Anche sette mesi all’anno si faceva di transumanza! Avessimo potuto andare a scuola, le cose forse avrebbero preso un’altra piega. Ma la scuola era così lontana che tutti i bambini, invece che usare l’intelletto, hanno da subito usato i muscoli.
Guarda qua: oggi ci sono le strade, ma a chi servono se ormai non c’è più nessuno, se non a qualche turista? Un tempo sarebbero servite, quando bisognava fare molta fatica per spostarsi con grandi pesi sulle spalle. Maledetto il Duce! Mentre noi morivamo di fame, lui mandava le truppe ad invadere, sottomettere e ad uccidere gente povera come noi.
Tutta la politica e i suoi politicanti, che lo vogliano o no, passano attraverso tre proclami che rimangono sempre lettera morta: “Noi abbiamo fatto! Noi abbiamo intenzione di fare! Noi faremo!”
E guarda oggi, è come un tempo: quando c’è una crisi, per risolvere i problemi  loro parlano di guerra».

Ha proprio ragione il vecchio Luigi. Potesse ancora cantare messa in latino e fare il cantastorie, ma ormai, dopo le dipartite di tre vecchi compaesani nell’ultimo mese, è rimasto lui il custode della memoria storica di questo luogo.
Ora che per l’ennesima volta mi appresto ad andare via, a mettermi lo zaino in spalla e camminare per giorni alla ricerca di natura, silenzio e di una terra che mi sia madre, sento forte il valore di questa valle e di un luogo che ho perduto; non per un senso di patria, ma di identità.

Il triste, narrativo e nostalgico interno, di una delle case abbandonate a Pian della Chiesa

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