Alex, un vagabondo nelle Dolomiti

Posted on 6 dicembre 2011

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di Teddy Soppelsa ≈

Incontro Alex al bivacco Musatti mentre sta trafficando con un pannello solare ripiegabile, utile arnese per ricaricare le batterie della macchina fotografica.
Alex è in cammino da settanta giorni, ha attraversato una quindicina di gruppi montuosi, percorso decine di migliaia di metri di dislivello e non è ancora arrivato alla meta.

Il 9 maggio 2010 è partito in treno da Corbeil-Essonnes, una cittadina francese alla periferia di Parigi, con destinazione Levico Terme, in Valsugana. Lì è iniziata la sua avventura solitaria nelle Dolomiti.

«La prima tappa» mi dice, «è stata il ricovero Sasso Rotto nel gruppo dei Lagorai e non so ancora quale sarà l’ultima».

Qualche settimana dopo il nostro incontro ricevo una mail di Alex e apprendo che il suo viaggio si è concluso a Casera Laronc, nella valle dell’Ardo, alle spalle di Belluno. In quasi tre mesi di cammino ha collezionato 18 giorni nei Lagorai, 7 nelle Pale di San Martino, 24 nelle Dolomiti Friulane, 7 tra la Moiazza, Tamer, Cima di Pramper e Bosconero, 24 nelle Dolomiti Friulane, 10 nelle Dolomiti di Sesto, 7 nelle Marmarole, Sorapiss e Antelao, 3 nel Pelmo, San Sebastiano e ancora Moiazza e infine 6 nella Schiara. Per la precisione sono ottantacinque giorni, di cui solo otto dedicati al riposo o alle soste forzate e tutti gli altri giorni sempre in cammino, sempre con lo zaino in spalla, sempre con lo sguardo rivolto verso un nuovo orizzonte.

All’esterno del bivacco osservo gli scarponi di Alex, muti testimoni di quel lungo viaggio. «Erano quasi nuovi, quando sono partito dalla Francia» mi dice Alex, orgoglioso della strada che insieme hanno fatto e dispiaciuto per lo stato in cui sono ridotti: laceri e quasi inservibili.

Gli chiedo di raccontarmi le tappe del suo viaggio. Tira fuori dallo zaino una quindicina di carte topografiche Tabacco, sbiadite e martoriate dall’uso. I segni tracciati con l’evidenziatore indicano la rotta che ha seguito: un percorso tortuoso e smisurato, attraverso un immenso mare di monti. E se non bastasse, aggiunge: «Lo scorso anno ho trascorso altri cinquanta giorni nelle Dolomiti, seguendo in gran parte il tracciato dell’Alta Via n.1 e n.2».

Penso a quante cime, valli, forcelle, passi, è riuscito a raggiungere Alex in una sola stagione e provo un po’ d’invidia. Potrà sembrare strano, ma tutto ciò mi sembra un lusso e Alex un privilegiato. Più di ogni altra cosa, più dell’impresa, se si può definire tale, è lo spirito del viaggio che mi affascina. L’idea del vagabondare nella natura, in mezzo ai monti, senza una meta precisa, lontano dalla montagna addomesticata, vivendo solo con quello che puoi portarti nello zaino. Mi attira la prospettiva di un lungo viaggio attraverso le montagne e dentro se stessi, l’instaurarsi di un dialogo a due, tra il viaggiatore e il mondo alpestre, il bisogno di scoprire e scoprirsi. Questa, mi sembra, possa essere una chiave di lettura convincente. Convincente ma non sufficiente, infatti, come scrive Marcel Proust, “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi… (1)”.

E’ quasi maggio e una nuova primavera è arrivata. Sento nell’aria il profumo dei monti bagnati dalla pioggia, dell’aria intrisa di umidità e del tepore dei raggi del sole. Mi giunge il canto ammaliante di un cuculo e mi ricordo di Alex. Lo chiamo e gli propongo di raccontarci qualcosa del viaggio che ha fatto la scorsa estate. Gli dico: «A qualcuno, sono sicuro, gli verrà voglia di prendere lo zaino e partire, a piedi. Tu lo sai: non esiste mezzo migliore di viaggiare a piedi per scoprire e imparare».

Ciao Alex. La scorsa estate hai camminato per ottantacinque giorni nelle Dolomiti trentine, friulane e bellunesi. L’anno precedente altri cinquanta giorni ancora nelle Dolomiti. E’ più da matti o da sognatori quello che hai fatto?

4° giorno: malga Caserine (Lagorai ovest) prima di valicare Passo Scalet, 13.6.2010

E’ da viaggiatori. Non ero interessato al lato sportivo dell’impresa, volevo soltanto avere tempo per andare in giro, esplorare i monti, ammirare i paesaggi, incontrare la gente. In un’epoca in cui tutto deve essere fatto in fretta, forse questo viaggio sembra roba da matti, ma in realtà non è così difficile. Cammini piano, un passo alla volta, un giorno dopo l’altro.

Cosa ti spinge a compiere questi viaggi e quali sono le tue “regole del gioco”?

Penso di avere più motivi: rimanere fuori a lungo in un ambiente stupendo, imparare a vivere con poca roba, semplificare la mia vita per alcuni mesi, scoprire un’altra regione, incontrare la gente (e anche migliorare un po’ il mio italiano). Le regole del gioco? Essere indipendente: portarmi in quota il cibo nello zaino, dormire sempre in posti incustoditi (casere, bivacchi, ogni tanto fuori), andare da solo nei posti sperduti, ma senza essere spericolato.

Parlaci un po’ di te. Dove vivi, cosa fai nella vita, cosa ti piace fare oltre ad andare in montagna?

Ho quaranta anni, abito nella periferia di Parigi. Sono libero professionista, traduttore. Mi piacciono le attività in cui si può rimanere fuori nell’ambiente, come il kayak di acqua bianca e l’arrampicata.

Ritorniamo alle tue avventure solitarie nelle Dolomiti. Il percorso che hai seguito è nato giorno per giorno o era già tutto nella tua mente?

L’anno scorso avevo incontrato un viandante che mi aveva consigliato di andare a fare un giro nei Lagorai. Avevo anche voglia di camminare nelle Dolomiti Friulane quest’anno. Prima di partire, ho studiato le cartine e ho scelto i gruppi che volevo attraversare, ma non ho preparato un itinerario preciso. Il percorso è nato giorno per giorno, perché dipende delle condizioni: tempo, stanchezza, rifornimenti.

Possiamo curiosare nel tuo zaino? Cosa ti sei portato e a cosa non avresti mai potuto rinunciare?

Potrei farti un elenco della roba che ho portato in montagna, ma la lista sarebbe abbastanza lunga. Forse possiamo invece riassumere le funzioni della roba: per proteggersi del freddo e anche del sole; per dormire, per rifocillarsi, per orientarsi, per lavarsi, per muoversi ed anche per divertirsi e imparare. Che cosa è necessario? Dipende del viaggio che vuoi fare. Se vuoi essere indipendente, devi portarti tutto ciò che serve per rimanere in giro anche quando piove o fa freddo. Per i viveri, al solito cercavo di rimanere in quota una settimana. Quando non avevo più niente da mangiare, dovevo scendere a valle per comperare cibo. La soluzione migliore è fare il rifornimento quando si deve scendere a valle per cambiare gruppo. Ogni tanto non è stato possibile e sono dovuto scendere e poi risalire nello stesso gruppo. Penso che in media lo zaino pesava una quindicina di chili, forse un po’ di più all’inizio di un soggiorno in quota, quando avevo tanto cibo.

Ti sei trovato qualche volta in difficoltà, hai dovuto affrontare dei rischi o tutto è filato via liscio?

12° giorno: forcella Lagorai (2372 m) con 20 centimetri di neve fresca, 21.6.2010

Tutto è andato abbastanza bene. Penso che la parte la più impegnativa sia stata nei Lagorai (e anche nella zona nord dell’altipiano di San Martino), perché alla fine di giugno c’era ancora tanta neve. Per esempio, per giungere al bivacco Aldo Moro (all’estremità est della catena dei Lagorai), ho camminato quasi nove ore nella neve molle dove si sprofondava e non ho incontrato nessuno prima di essere al bivacco.

A proposito di incontri, quanti se ne fanno in tanti mesi di cammino in quota?

Ho incontrato tanta gente interessante e simpatica, per esempio Massimo che è venuto a ritrovarmi in quota con la sua famiglia negli ultimi giorni del mio viaggio, o Guido con cui ho scalato l’Antelao e la via ferrata Costantini. Ciò che mi ha colpito è lo spirito particolare della gente che incontro spesso in montagna, nelle Dolomiti ma anche in Slovenia. Forse perché la montagna è grande e gli umani sono piccoli e fragili. In quota mi pare che la gente abbia un’attitudine diversa da quella che si vede nelle altre zone.

Com’era la tua giornata tipo da“vagabondo della montagna”? E la notte?

Mi alzavo verso le sei, quando la luce mi svegliava. Facevo la colazione, sistemavo lo zaino, davo una scopata nel bivacco e poi partivo. Camminavo più ore, fino all’inizio del pomeriggio, fermandomi ogni tanto per fare foto e godermi il paesaggio. Facevo una sosta per pranzare. Ogni tanto rimanevo al bivacco il pomeriggio, a volte proseguivo fino alla sera. La notte mi fermavo in un bivacco o una casera, mi sistemavo per la notte, cenavo, rimanevo fuori un momento per ascoltare il silenzio e guardare la luce che languisce, leggevo un po’ e poi andavo a dormire, abbastanza presto, al solito prima delle dieci.

Hai vissuto momenti di solitudine, magari con il desiderio di interrompere il viaggio?

La solitudine non mi ha disturbato, mi piace girare da solo in montagna, e ho anche incontrato spesso viandanti con cui ho potuto discutere. Però in luglio mi sono fermato più giorni in un bivacco sperduto nelle Dolomiti Friulane perché ero stanco e mi dolevano le ginocchia, volevo riposarmi un po’.

Nel tuo viaggio hai attraversato numerosi gruppi montuosi, hai visto valli, cime, pareti rocciose, pascoli e foreste. C’è un luogo che ti maggiormente colpito?

64° giorno: accampamento improvvisato in Busa di Dentro, sotto il Monte Popera (Dolomiti di Sesto), 12.8.2010

Mi piacciono le valli sperdute, le zone selvagge, poco sviluppate, dove non ci sono gli impianti di risalita e le strade. Mi hanno colpito molto i Lagorai e le Dolomiti Friulane. Nel gruppo di Sesto e nel Sorapis il paesaggio è mozzafiato, ma queste zone sono troppo sviluppate e antropizzate per me.

Solo a chi ha compiuto un viaggio come il tuo, possiamo fare questa domanda. Come giudichi lo “stato di salute” delle Dolomiti che hai attraversato?

Non è facile rispondere perché ho scoperto le Dolomiti poco fa, non ho visto l’evoluzione della zona. Ecco alcune cose che ho osservato: i sentieri e i bivacchi sono abbastanza puliti, si vede che volontari e Comuni lavorano per mantenerli. Ciò che mi dispiace è che attorno ai paesi, tanti sentieri sono scomparsi. Quando studi le cartine, pensi di seguire un sentiero. Quando arrivi sul posto, scopri che adesso c’è una strada sterrata, o peggio asfaltata.

Dal 2009 le Dolomiti sono Patrimonio naturale dell’Umanità, tu le hai conosciute nel modo più autentico, percorrendole a piedi. Hai qualcosa da dire alle popolazioni che vivono su queste montagne?

83° giorno: bivacco Sperti (2000 m) nel gruppo della Schiara. All’orizzonte la città di Belluno: la meta è vicina (31.8.2010)

Primo messaggio: siete fortunati di vivere in un posto così bello, anche se la vita non è sempre facile in montagna. Secondo messaggio: vi scongiuro di proteggere questa zona eccezionale. Terzo messaggio: vi ringrazio per la gentilezza e la calorosa accoglienza che ho incontrato dappertutto.

Dopo tanti giorni di cammino con gli occhi colmi dei colori delle Dolomiti, come si riprende la vita di tutti i giorni? Qual è stata la prima cosa che hai fatto quando sei arrivato a casa?

La prima cosa che ho fatto: mi sono tagliato la barba, non ne potevo più. E stato abbastanza facile riprendere la vita di tutti i giorni, adesso questo lungo viaggio sembra di essere stato un sogno. Ma forse il sogno non è il viaggio, il sogno è la vita di tutti i giorni, e mi sveglio alla vita vera soltanto quando viaggio. Ho già voglia di partire di nuovo in giro.

Bruce Chatwin, scrittore e viaggiatore britannico, che trascorse i suoi ultimi anni nel sud della Francia, diceva: “La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada” e ancora: “La vita stessa è un viaggio da fare a piedi”. Alex dove ti porteranno i tuoi prossimi viaggi?

Penso di tornare nelle Dolomiti per vedere la parte est della regione, le Alpi Carniche e Giulie, forse camminando fino alla Slovenia. Mi piacerebbe anche fare un giro in Romania. E dopo, quando sarò abbastanza allenato, ho voglia di peregrinare a lungo fuori dell’Europa.

10 ottobre 2011, Alex è appena rientrato dal suo ultimo viaggio e mi scrive:
«Sono arrivato a Corbeil negli ultimi giorni di settembre. Quest’anno il mio itinerario è si è svolto per un centinaio di giorni in quota. Sono partito da Ponte nelle Alpi, ho camminato sempre a est, fino alla Slovenia, sono rimasto nelle Alpi Giulie più settimane, poi sono tornato verso le Dolomiti Friulane seguendo per qualche tempo il confine con l’Austria (traversata carnica). Ho finito il giro a Erto».


(1) M. Proust, Un amour de Swann (trad. it. di G. Raboni Un amore di Swann, Mondadori, Milano, 1991)

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Posted in: Escursionismo