Quattro nomi in maschera

Posted on 26 gennaio 2013

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di Piergiorgio Cesco Frare

Nel mio precedente post “Caccia sì, caccia no” mi proponevo di dare un paio di esempi di come “il toponomasta può essere messo in difficoltà o addirittura fuorviato da un’interpretazione etimologica basata su mere apparenze linguistiche”.

E citavo, per cominciare, la fattispecie dell’omofonia, esaminando in particolare il caso del sostantivo “cazza”. Il caso contrario – vengo ora al secondo esempio – è rappresentato da un termine che ha assunto, con le sue varianti fonetiche, dei travestimenti difficili da riconoscere. Parlo dell’appellativo “selva” (dal latino silva) che, come vedremo, troviamo mascherato in varie guise: serva, sala, sera, sora.
Qualche esempio.

Serva e Cervino: due “Monti Analoghi”
La domanda sembra cervellotica: hanno qualcosa in comune il modesto panettone del monte Serva (1) e la superba cuspide del Cervino? La risposta però è che sì: essi hanno in comune l’origine del nome. Infatti, alla base di questo in entrambi i casi c’è il termine ‘selva’, che ha subìto, come dicono i linguisti, il rotacismo del suono “l” (lo stesso processo fonetico per il quale in dialetto si dice per esempio cortèl per ‘coltello’). Ma che è passato anche attraverso qualche altra vicenda che ora vedremo.

Cervino (4478 m), parete sud e cresta sud-ovest (Cresta del Leone)  (da Wikipedia)

Cervino (4478 m), parete sud e cresta sud-ovest (Cresta del Leone) (da Wikipedia)

Com’è successo a molti altri toponimi di montagna, i due nomi Serva e Cervino hanno condiviso il destino di migrare verso l’alto. Per il (o, se preferite, la) Serva la risalita è abbastanza breve. Infatti, la “selva” che ha imposto il nome alla montagna non può che essere quella che un tempo si estendeva a settentrione di Belluno e che tuttora cinge i fianchi del monte.

Nel caso del Cervino invece si tratta di una vera e propria ascensione alpinistica, che portò il toponimo a toccare la vetta circa duecento anni prima della conquista da parte delle squadre di Whymper e di Carrel. In effetti, l’origine del nome è da ricercare nell’antico Mont Servin, che viene da mons silvinus. Monte naturalmente sta anche qui per “alpeggio” e l’attributo starebbe a indicare originariamente un vasto territorio alpino situato sopra le foreste della val Tournanche; successivamente il nome sarà trasferito al colle (ovvero passo) del Teodulo e infine alla cima. Quest’ultimo balzo fu opera del cartografo italiano Tomaso Borgonio, che in una carta degli stati savoiardi del 1680 indica una vetta eccelsa col nome di M. Servino.
Nota bene: servin (e servino nella versione italiana) sempre invariabilmente con la ‘esse’ iniziale. Poi d’un tratto, spunta la grafia cervin che subito si afferma.
Come si spiega ciò?

Ebbene la colpa di questa fuorviante grafia fu nientemeno che di Horace-Bénédict de Saussure. Egli si trovò nel 1789 al Teodulo e poté ammirare da vicino la superba cima del «mont Cervin» come scriverà poi nei suoi Voyages dans les Alpes del 1796. Il grande prestigio dello scienziato-alpinista fa sì che i cartografi dell’epoca subito adottino e rendano ufficiale la grafia cervin, che dunque scalza di colpo il precedente servin. È appena il caso di osservare che in francese è indifferente dal punto di vista fonetico scrivere il termine con la “s” o con la “c” iniziale, anche se la scelta influisce in maniera determinante dal punto di vista etimologico. Infatti, furono tratti in inganno anche linguisti di chiarissima fama, i quali non esitarono a rifarsi, attraverso la presunta etimologia da “cervo”, persino alla mitologia dei Celti oppure a scomodare supposte basi linguistiche preindeuropee.

Un curioso quanto fortuito parallelo lo abbiamo con il trattamento del nostrano toponimo Silvella, che si riferisce a un alpeggio posto nella valle del torrente Digón in Comèlico. Questo è indicato come “Cervella Monte” in una mappa del 1787, attestando così da una parte lo stesso processo fonetico del rotacismo, dall’altra il passaggio da “s” a “c” iniziale qui però non neutro come in francese. Col risultato che lo sprovveduto toponomasta che si mettesse a costruire un’ipotesi etimologica su queste basi, ignorando le antiche attestazioni che parlano sempre di Silvella, sarebbe ancora una volta portato completamente fuori strada. L’ingegnere veneto autore della carta fu indubbiamente condizionato dalla pronuncia locale del nome, che è tutt’oggi Sarvéla.

Da Salafóssa a Sóra la piéna in Comèlico
Poco a monte del paese di Presenaio in Comèlico, sulla sponda sinistra del Piave che qui riceve le acque del Cordévole di Visdende, vi era un’antica miniera già coltivata nel sedicesimo secolo e definitivamente chiusa nel 1986. Era detta “di Salafossa” dal nome della località posta alle pendici della Terza Piccola. Salfòssa (con l’o aperto) è la pronuncia del luogo che si è consolidata in tempi recenti e che tradisce l’interpretazione della seconda parte del toponimo come “fòssa” cioè “cavità artificiale del terreno”, ma qualche vecchio del luogo ancora dice Salafóssa con l’o chiuso e questa è la vera pronuncia originaria.
E allora?

Particolare dell’affresco seicentesco nel Palazzo Poli di San Pietro di Cadore: in alto il costone detto Salafóssa (ph. ©P. Cesco Frare)

Particolare dell’affresco seicentesco nel Palazzo Poli di San Pietro di Cadore: in alto il costone detto Salafóssa (ph. ©P. Cesco Frare)

Bisogna fare qualche passo indietro partendo da un’altra Salafóssa località boscosa situata sulla destra orografica della valle di Londo, il cui nome originario doveva essere Silva fosca. Questa località è incontrovertibilmente attestata nella trascrizione moderna di un antico documento disperso, il quale lo dà come “Sylva fossa”. Vediamo anzitutto il primo dei due termini cioè “silva”.

Alle prese con questa trascrizione ero sulle prime rimasto assai perplesso su quest’attestazione, poiché mi pareva non potessero esservi, dal punto di vista fonetico, relazioni tra Silva e sala e propendevo per una scorretta lettura della pergamena originaria. Dovetti però ricredermi. Infatti, ebbi in seguito l’occasione consultare un repertorio di toponimi dei Grigioni (CH) dove silva diventa sala e anche sera (Silvaplana>Salaplauna e Seraplana).

Dunque nel nostro Salafossa sala da silva ci stava a pennello. E, già che ci siamo, due parole su quel fossa apparentemente facile da interpretare come “fòssa”. In realtà così non era e lo scopersi esaminando la preziosissima carta del von Zach, dove troviamo il «Monte Sala Fosca» che corrisponde all’odierno Salafóssa di Presenaio sopra considerato. Questa selva fosca credo sarà stata un’associazione di conifere immersa in un contesto generale di faggeta, la quale, come molti indizi fanno pensare, era dominante nei secoli passati in tutta la montagna cadorina.

Per finire, un altro esempio di “travestimento” di silva. Mi riferisco al toponimo Sóra la Piéna che è la versione dialettale di Selavapiana nota località a piedi del gruppo del Popera in Comèlico.

Come nei casi sopra esaminati, anche questo nome presenta un analogo sviluppo fonetico (rotacismo di “l” e cambio della vocale radicale di silva), il che ha provocato col passare del tempo la perdita del significato originale anche per effetto di quel piéna al posto di “piana”, che rende l’intero toponimo privo di significato pratico. Mi è stato detto dall’indimenticato Bortolo De Vido che le stesse vicissitudini ha subito a San Vito di Cadore il toponimo Sorapiana che dovrebbe derivare pure esso da un antico “Silva Plana”. Qualcuno tra i lettori me lo può confermare?
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(1) Il monte Serva (2133 m) è una montagna delle Dolomiti Bellunesi che domina a nord-est la città di Belluno

foto post in apertura: Il modesto panettone del monte Serva (ph. ©P. Cesco Frare)
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piergiorgio cesco frare_01Piergiorgio Cesco Frare | Autore di saggi su escursionismo, toponomastica, archeologia e storia della provincia di Belluno.
(Sei un appassionato di toponomastica? Conosci i luoghi descritti in questo post? Allora lascia qui sotto un tuo commento e partecipa alla discussione sui toponimi dei nostri monti. Ti sarò molto grato. – Piergiorgio Cesco Frare)

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