Everest Circus

Posted on 9 gennaio 2013

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leggilo qui http://www.altitudini.it/?p=7920

 

di Massimo Bursi ≈

A maggio 2012 sull’Everest, ben 39 spedizioni per un totale di oltre 600 scalatori si contendono i pochissimi giorni di tempo stabile per tentare la salita alla ambita vetta.

Subito circolano sui siti internet specializzati, ma arrivano anche sui quotidiani poiché l’Everest fa sempre notizia, fotografie che non avevamo mai visto e che non vorremmo vedere mai più: un serpentone umano di centinaia di persone che seguono, lentamente, con i propri jumar, una corda fissa infinita.
Istintivamente penso all’elevato rischio di questa pazzia e ripenso alle cronache del 1996 quando una tempesta arrivò all’improvviso e, terminata la perturbazione, si contarono 14 vittime.

Alpinisti in fila per salire il monte Everest, primavera 2012 (Photograph: Ralf Dujmovits)

Alpinisti in fila per salire il monte Everest, primavera 2012 (Photograph: Ralf Dujmovits)

Assieme alle fotografie arrivano anche i commenti degli scalatori più famosi poiché, in questa moltitudine, oltre ai ricchi alpinisti della domenica, ci sono anche i fuoriclasse quali Simone Moro e Ueli Steck e ci sono pure i fenomeni da circo quale Brumotti che voleva salire l’Everest con una bicicletta speciale per poterci fare dei saltelli in cima.
E’ indubbio che l’Everest sia diventato un luna-park, una Gardaland d’alta quota dove le spedizioni commerciali, alcune qualificate, altre meno, possono portare i propri clienti, passando sopra ai problemi causato dal sovraffollamento.
Eppure il numero di alpinisti in zona Everest è stato molto simile a quello degli anni precedenti ma è solo da quest’anno che si sono notate queste interminabili processioni.

Everest_03Come mai?
Si sono verificate tre circostanze che hanno causato questo ingorgo.
L’aumento del costo dei permessi avvenuto in Tibet  sul versante nord ha fatto sì che tutte le spedizioni abbiano scelto il versante sud, quello nepalese, come punto di accesso, creando un primo ingorgo. Inoltre a causa del perdurare del maltempo le corde fisse, dal campo base fino alla vetta, sono state fissate solo il 18 maggio e tutte le spedizioni hanno aspettato che ci fossero le corde fisse per iniziare la salita verso la vetta. Infine il maltempo ha concentrato tutte le possibilità di salita in sole due giornate. Queste sono state le circostanze che hanno portato le centinaia di scalatori,, attendati al campo base a dare origine alle infinite file che possiamo notare nelle fotografie.

Ma quali sono le conseguenze reali o potenziali di questo affollamento?
Scalatori professionisti quali Simone Moro hanno evidenziato che solo il 10% delle persone che scalano l’Everest sono in grado di affrontare la scalata con un discreto margine di sicurezza: molti sono totalmente dipendenti dalle bombole di ossigeno fin dal campo base e non solo dagli ottomila metri come avveniva in passato, molti dipendono totalmente dalle corde fisse e alcuni non sono in grado di compiere le banali operazioni quali staccare e riattaccare lo jumar dalle corde fisse – operazione questa fatta dagli sherpa – e addirittura si ironizzava di una donna che non era in grado di agganciarsi i ramponi agli scarponi.
Questa incompetenza tecnica, unita ad una scarsa preparazione fisica, misurabile nella totale dipendenza dall’ossigeno, porta inevitabilmente ad insopportabili lentezze nelle fasi di salita e di discesa complice anche la presenza di passaggi obbligati quali l’Hillary Step.
Le lunghe attese per intasamento sulla via, anche di quattro ore, significano: malattie di quota, congelamenti, ipotermia, mancanza di lucidità mentale, aumento della probabilità di rimanere senza ossigeno. Inoltre ogni inconveniente di questo tipo, in alta quota, può velocemente portare alla morte. Ovviamente un cambio repentino del tempo, in queste condizioni, è un elemento di estremo pericolo: nel 2012 sono morte quattro persone – solo quattro persone – anche se c’erano gli ingredienti per una tragedia di più ampie dimensioni.
Naturalmente i big si lamentano che non possono salire velocemente come invece sarebbero in grado di fare in condizioni normali, ma d’altronde ha poco senso lamentarsi se si frequenta l’Everest in alta stagione e per la via normale, sarebbe come se un pilota di Formula 1 si lamentasse di non poter correre né avere la precedenza sulle nostre autostrade durante il Ferragosto.
E d’altra parte i ricchi alpinisti della domenica, avendo pagato fior di quattrini, pretendono e sgomitano per il proprio “momento di gloria” e – giustamente – non hanno intenzione di lasciare pista libera ai fuoriclasse.
Ogni idea di normare e limitare l’accesso sembra essere fallace e facilmente eludibile: l’idea di obbligare i potenziali candidati all’Everest a presentare il proprio curriculum ad una commissione internazionale, oltre a limitare la libertà personale, fa storcere il naso ai più.
Ad oggi il blocco all’accesso è rappresentato dal solo fattore economico.

Cadaveri di chi non ce l'ha fatta

Cadaveri di chi non ce l’ha fatta

E allora cosa fare?
Personalmente sarei favorevole ad un accesso all’Everest assolutamente senza bombole di ossigeno e senza corde fisse al fine di effettuare una selezione dei candidati in base alla preparazione tecnica, all’allenamento ed alla condizione fisica al fine di rendere questa salita un’esperienza by fair means cioè con condizioni leali.
Il sovraffollamento dell’Everest oltre a causare situazioni di rischio e pericolo come evidenziato sopra, causa inevitabili problemi ambientali, problemi etici e una inquietante mercificazione dell’avventura Everest.
Se arriva una perturbazione siamo veramente sicuri che bombole, tende e corde fisse vengano riportate a valle per non trasformare la montagna più alta del mondo in una discarica?
Il fatto di coronare il proprio sogno passando accanto a cadaveri di persone che come te desideravano arrivare in cima, non mette almeno un po’ a disagio?
Affrontati i problemi ambientali ed etici con queste due semplici domande retoriche, vediamo brevemente alcuni aspetti economici del circo Everest.

Everest_04Ho curiosato, ho cercato giornalisticamente di spacciarmi per un potenziale scalatore interessato a scalare l’Everest, al fine di capire quanto possa costare questa avventura: a seconda dell’approccio scelto, guida sherpa o guida occidentale, una guida per cliente oppure una guida condivisa fra quattro clienti, stiamo parlando da 70.000 a 110.000 dollari a cui bisogna aggiungere gli extra.
Come in un albergo dove le bibite si pagano a parte, qui una bombola extra di ossigeno può costare molto cara: 2.000 dollari al Colle Sud ma ben 5.000 dollari alla Cima Sud!
Ma non preoccupatevi, le liste di iscrizione per il 2013 sono già esaurite e bisogna mettersi in coda per il 2014…
Se questi sono gli interessi economici in gioco, è ovvio che ogni barriera all’accesso per contingentare il numero degli scalatori si scontra con gli interessi economici degli stati Nepal e Tibet e soprattutto con gli interessi economici degli operatori commerciali delle guide di alta quota.

Per concludere io, come tutti gli alpinisti della domenica, ho spesso pensato e sognato all’Everest, ma dopo aver capito come la scalata all’Everest sia ad oggi degenerata, penso proprio che l’alpinismo extra-europeo stia in altre montagne. Bene fanno i giovani e promettenti alpinisti, quali ad esempio gli inglesi, da sempre veri amanti dell’avventura, a snobbare l’Everest e a partire spesso con pochi soldi verso mete ancora selvagge magari alte solo 6000 metri ma dove l’alpinismo abbia ancora un autentico senso di avventura.

foto post in apertura: Photo by © Simone Moro

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Massimo Bursi_02Massimo Bursi | Trentennale scalatore di crode dolomitiche, appassionato di montagne in tutte le stagioni, di storia dell’alpinismo, ama scrivere racconti di montagna (secondo classificato al Blogger Contest.2012), abita in provincia di Verona.

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