Dal pittorialismo alla documentazione

Posted on 8 dicembre 2012

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di Paolo Lazzarin ≈

Esploratori e alpinisti hanno visto nella macchina fotografica il fedele testimone delle loro imprese fin dal suo nascere. Ma solo con le fotocamere tascabili la fotografia poteva compiere il passo decisivo e accompagnarli in luoghi inaccessibili e sulle pareti più difficili.

Acquarello di Marquardt Wocher (1790), salita al Monte Bianco di Bénédict de Saussure (1787)

Acquarello di Marquardt Wocher (1790), salita al Monte Bianco di Bénédict de Saussure (1787)

La prima conquista del Monte Bianco (1786) fu immortalata da illustratori, con acquarelli di grande fascino ma con un’aderenza alla realtà pur sempre opinabile. Nel 1860, furono i fratelli Bisson, fotografi dell’imperatore, a immortalare l’escursione sul Monte Bianco di Napoleone III con la consorte Eugenia. Ma non senza difficoltà, e per portare l’attrezzaturadisponevano di 25 tra portatori e guide.

Vittorio Sella, il più grande dei fotografi-alpinisti italiani, usava normalmente un apparecchio a soffietto per lastre di 20×25 cm, un gran numero di telai, una serie di obiettivi, un pesante cavalletto, prodotti chimici e tenda-laboratorio in cui preparare le emulsioni e gli sviluppi (vedi foto apertura post: Mario Piacenza, Himalaya).

Ascensione al monte Bianco, foto f.lli Bisson (1863)

Ascensione al monte Bianco, foto f.lli Bisson (1863)

Comunque, dalla metà dell’Ottocento è la fotografia ad accompagnare l’esplorazione di montagne e paesi lontani, facendo tirare un sospiro di sollievo ad alpinisti ed esploratori, che dovevano improvvisarsi disegnatori per soddisfare le pretese della Geographical Society e dell’Alpine Club inglese, che chiedevano di illustrare con la massima esattezza i luoghi raggiunti e le montagne conquistate. I paesaggi fotografici di allora erano di eccezionale bellezza, con una gamma di tonalità di grigi inimmaginabile per il digitale di oggi. Ma ogni scatto richiedeva una regia più o meno invasiva, la figura umana doveva rimanere in posa per lunghi tempi di esposizione. Anche le foto-ricordo dei protagonisti di un’impresa venivano spesso scattate davanti a fondali dipinti con sorprendente realismo.

Phillimore e Raynor con le guide Giuseppe Colli, Antonio Dimai,  Arcangelo Dibona. Lo sfondo è dipinto

Phillimore e Raynor con le guide Giuseppe Colli, Antonio Dimai, Arcangelo Dibona, in posa davanti ad uno sfondo dipinto

La rapida evoluzione di strumenti e tecniche ha però notevolmente influito sulla diffusione del nuovo “giocattolo” e anche sul suo linguaggio e sui contenuti. Ancor prima della fine dell’Ottocento fotografare era diventato facile e poco costoso, le macchine fotografiche erano di dimensioni contenute e si potevano mettere nello zaino, le lastre erano state sostituite da pellicole. Chi si avventurava sui ghiacciai del Monte Bianco si dotava scarponi e piccozza e macchina fotografica al collo per testimoniare che “io c’ero”.

Le esposizioni di fotografia artistica spuntavano come funghi in tutta Europa. Alla “Esposizione Fotografica Alpina di Torino” del 1893 furono esposte 60 istantanee di Guido Rey titolate “Studi di alpinismo in azione”. Nel 1900 a Londra vengono esposte 300 fotografie di Sella e 30 di Garwood sulla spedizione di Freshfield nel Sikkim imalaiano. Sono i primi importanti segnali di autonomia del mezzo fotografico dalla pittura.

Nel 1888 la Kodak aveva aperto le porte alla fotografia per tutti con la Box Camera, una scatoletta che pesava 750 grammi ed era in grado di scattare 100 fotografie. Finito il rullo, si spediva alla casa madre la fotocamera, che veniva restituita con un rullo vergine e le foto stampate. Nel 1912, sempre la Kodak presentò la Vest Pocket, una folding grande come un astuccio di sigari che pesava solo 260 grammi e per questo, come recitavano gli slogan pubblicitari del tempo, “può essere portata comodamente in tasca senza alcun disturbo”. Divenne la macchina fotografica preferita dagli alpinisti, che potevano facilmente documentare la conquista delle vette e anche i passaggi nelle più impegnative arrampicate su roccia. Usava pellicole di piccolo formato (4×6,5 cm), era dotata di apertura di diaframma regolabile e di due tempi di posa “veloci” (1/25 e 1/50 di sec).

Antonio Berti con una Box Camera (a sx), la Kodak Vest Pocket (a dx)

Antonio Berti con una Box Camera (a sx), la Kodak Vest Pocket (a dx)

La qualità tecnica era passata in secondo piano rispetto all’esigenza di testimoniare l’azione, tanto che l’Alpin Journal avvertiva che “anche se i documentaristi hanno per fine la rappresentazione di un’ascensione… i cattivi risultati fotografici non possono essere perdonati”. L’interesse si era comunque spostato dal paesaggio all’uomo, a volte in posa trionfale (sulla scia delle antiche usanze) sulla cima conquistata, sempre più spesso in cammino sui ghiacciai o impegnato in difficili passaggi su pareti rocciose. È la svolta decisiva per la fotografia di montagna, che sancisce definitivamente la sua autonomia dall’arte, si allontana dal pittorialismo e imbocca la sua naturale funzione documentaristica.

Engadina (1905)

Engadina (1905)

Great Gable, Lake District (GB, 1950) a sx, aonimo (1908) a dx

Great Gable, Lake District (GB, 1950) a sx, anonimo (1908) a dx

Ludwig Schmaderer, Nanga Parbat (1934)

Ludwig Schmaderer, Nanga Parbat (1934)

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Paolo Lazzarin |Giornalista e fotografo, lavora a Milano come libero professionista. Fa parte del cdr de Le Dolomiti Bellunesi, ha collaborato con le principali testate giornalistiche italiane e alcune straniere, è autore di oltre 40 volumi di cui una quindicina sulle Dolomiti.
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