Spiz di Lagunàz, due grandi ascensioni

Posted on 9 novembre 2012

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leggilo qui http://www.altitudini.it/?p=6429

di Heinz Grill (Valle del Sarca, TN) ≈

Da otto anni la Fondazione Silla Ghedina premia la migliore scalata effettuata sulle Dolomiti. L’edizione 2012 è stata vinta dallavia Collaborazioneaperta sullo Spiz di Lagunàz (2338 metri), sulla Terza Pala delle Pale di San Lucano, il 28 e 29 agosto e il 3 settembre 2011 da Heinz Grill, Franz Heiß, Martin Heiß e Florian Kluckner. Una ascensione premiata, lo scorso ottobre a Belluno durante la manifestazione Oltre le Vette, con questa motivazione:

“Singolare itinerario di rara bellezza che si svolge lungo il punto più debole della parete sud dello Spiz di Lagunàz, muro di pietra alto 900 metri con difficoltà continue dal 6° al 7° grado. L’ambiente dolomitico di grande rigore, ben si accosta alla verticalità e all’isolamento della Yosemite Valley. La combinazione di più elementi come il difficile accesso dello zoccolo, l’isolamento della parete e l’itinerario di rientro costituiscono un valore aggiunto all’ardimento provato nella grande avventura con l’utilizzo di mezzi tradizionali nella vincente progressione verso la cima”.

Il racconto di come si è svolta questa grande avventura, unitamente a quello di un’altra prima ascensione sul Pilastro Massarotto, compiuta quasi in contemporanea alla precedente il 20 e 28 agosto 2011, è qui narrato da Heinz Grill.
Le vie aperte da Heinz Grill, e dal suo gruppo di amici, sono rivolte soprattutto alla ricerca di “un’unità ritmica” – questa è la definizione di Heinz  – tanto con l´uomo quanto con la natura. Appaiono perciò stilisticamente strutturate da un desiderio naturale, estetico, armonico e di ricerca di un’esperienza integrale ed intima, piuttosto che da scelte sportive. Una scelta lontana da numeri, record e imprese.

Redazione altitudini≈

I quattro alpinisti vincitori del premio Silla Ghedina 2012 per la migliore scalata effettuata sulle Dolomiti. Da sx: Martin Heiß, Florian Kluckner, Franz Heiß e Heinz Grill

Era sera tardi, saranno state le dieci, …

e tornavamo soddisfatti in auto verso Col di Prà nella valle di San Lucano. Davanti al locale di Mauro c’era ancora l’auto di Ettore De Biasio. Ci fermammo e ci precipitammo nella saletta a stringere la mano ad Ettore che ci accolse felicissimo con viso gioioso.
Con questo incontro si chiude un’avvincente storia estiva che porta con sé tante nuove esperienze e alla quale hanno concorso, con una partecipazione empatica e attiva, le persone più diverse. Nel frattempo è arrivato l’autunno e noi tutti siamo contenti di aver lasciato alle spalle le Pale di San Lucano, senza pesanti bivacchi notturni ed esperienze tragiche.
Ripercorriamo con la memoria due nuove ascensioni, veramente grandi, sullo Spiz di Lagunàz.

In perlustrazione sul diedro Casarotto-Radin

Ettore è l’autore del libro sulle Pale di San Lucano. Le bellissime fotografie e le gradevoli descrizioni di questa pubblicazione mi avevano spinto nel maggio del 2011 a rivolgere il mio sguardo anche in questo regno incontaminato di gole e rocce gigantesche, per me pressoché sconosciuto. Come conoscitore di giri alpini classici, il diedro Casarotto-Radin sullo Spiz di Lagunàz mi era ben noto ed ora sapevo anche dov’era.

Heinz Grill sul diedro Casarotto-Radin (via aperta da Renato Casarotto e Piero Radin, dal 7 al 11 giugno 1975)

Non ci volle molto a persuadere i miei compagni, Franz Heiß e Florian Kluckner, e allo spuntare della primavera ci trovammo, di prima mattina, alla Baita del Tita e poi a salire il sentiero che conduce, oltre il confine boschivo e il lungo avancorpo, fino alle prime rocce della via.

Il tempo era piuttosto incerto. Nelle giornate primaverili si formano facilmente temporali che proprio ad alta quota causano pericoli spesso incalcolabili. Possiamo ascoltare le previsioni meteo, oppure prestare attenzione alle nostre impressioni che si acquisiscono con l’esperienza ma, a mio avviso, è sempre vantaggioso se l’intuizione personale interiore si confronta con i bollettini meteo. Analogamente, per la sicurezza di un’azione, per me è molto importante che il contributo di chi vi partecipa avvenga con la massima precisione. Se qualcuno vive una situazione conflittuale nel gruppo degli amici, come nella propria famiglia o nell’ambiente alpinistico in cui ha luogo l’ascensione, a mio avviso ciò rappresenta un ostacolo, se non addirittura un fattore di pericolo.

Nel corso degli anni ho potuto sempre più apprezzare come il risultato di un’azione dipende, oltre che dalle persone coinvolte sulla parete, anche dai loro famigliari che partecipano con vivace empatia alla riuscita dell’ascensione, creando in tal modo una sorta di forza mentale protettrice. Secondo la mia esperienza, quanto più si sviluppa questo incontro e quanto più si pensa all’altro con onestà di cuore, tanto meno si rimane coinvolti in disavventure.

Malgrado le previsioni meteo poco rassicuranti, tuttavia il tempo rimase molto buono e non cadde una sola goccia di pioggia. Solo il diedro, il nucleo centrale della via, era completamente bagnato e sporco. Sulla grande cengia, nella parte superiore della via, c’era ancora un’imponente balcone di neve e sciogliendosi bagnava e sporcava di ghiaia il fondo del diedro.

Nel primo pomeriggio raggiungemmo la cima e iniziammo la via del ritorno senza concederci una pausa.

La via Casarotto-Radin che avevamo salito era in ottime condizioni, mentre nella discesa, dopo l’ultima corda doppia, fummo costretti ad immergerci nella neve primaverile fino alle cosce e impiegammo diverse ore per aprirci un varco fino alla forcella Gardès. Franz e Florian imprecavano per la fatica nell’avanzare nella neve e per i frequenti saliscendi e speravano che mai mi sarebbe passato per la testa di aprire una nuova via da queste parti. Io li rassicurai dicendogli che non dovevano preoccuparsi, perché avevamo già abbastanza progetti di prime ascensioni.

Le parole volano ma i fatti restano. Vieni anche tu!

Ivo Rabanser

Poco dopo il nostro ritorno dalla Casarotto-Radin, fu Ivo Rabanser a raccontarmi del pilastro a sinistra di quella via e a presentarmi l’impresa come una grande avventura che si doveva assolutamente affrontare. Ivo aveva parlato proprio con Lorenzo Massarotto al quale interessava quel pilastro nero che si erge alto sopra il Boràl di Lagunàz. Masarotto aveva quasi spinto Ivo a salirlo e Ivo a sua volta invitò me a partecipare a questa azione e, considerato che al momento c’erano molte polemiche attorno alla mia persona (1), semplicemente disse: «Le parole volano ma i fatti restano. Vieni anche tu!»

In ogni caso non potevo dire di no e, come in un torrente in piena, mi lasciai trascinare da Ivo, il quale mi illustrò in modo suggestivo la grandezza della parete. A Franz e Florian preferii non dire nulla di questi progetti, avevo ancora davanti agli occhi l’immagine dei loro volti mentre si aprivamo il varco attraverso la neve, nel ritorno dalla Casarotto-Radin.

Nei due mesi successivi il tempo fu estremamente instabile e un progetto concreto, per le lunghe giornate di luce di giugno e luglio, non fu possibile. Nutrivo dei dubbi che un’azione così impegnativa fosse adatta a me, perché non mi piace bivaccare in parete e soprattutto mi sentivo troppo debole per portare zaini pesanti sul quel lungo avancorpo. Ivo pensava che fossero necessari almeno cinquanta chiodi e già immaginavo il peso dello zaino. Inoltre non sono più giovanissimo e riflettevo se il percorso puramente filosofico, attinente alla mia professione, non fosse da preferire alle continue levatacce e al sudore gocciolante sulle pareti rocciose. Ma Ivo era del tutto persuaso che sarebbe stata un’impresa straordinaria e importante, assolutamente da non perdere.

Intanto il tempo rimaneva instabile, la curiosità cresceva ed io volevo quantomeno scoprire questa parete più da vicino. «Facciamo una gita sull’avancorpo dello Spiz di Lagunàz», dissi ad alcuni amici (2). «Con un tempo così instabile di più non si può fare.»

Il 25 luglio con pochi chiodi e due corde iniziammo la salita e raggiungemmo lo sperone alle pendici della parete ovest dello Spiz di Lagunàz. Ivo non era con noi e così fui preso dal timore di intromettermi nel progetto da lui ideato. Per percepire la parete nella sua struttura e dimensione, dovevamo però provare a salirla. Dal basso si vedevano solo strisce d’acqua, strapiombi e formazioni rocciose di difficile interpretazione. Questa via era un’idea di Ivo e senza di lui mi sembrava di violare un mondo a me estraneo, non mi sentivo di poter salire senza di lui. Dato che avevamo già raggiunto la base della parete e il tempo sembrava migliorare, pensammo che sarebbe stato un peccato tornare indietro senza aver fato nulla.

Sul pilastro sud ovest dello Spiz di Lagunàz, a destra della via dei Bellunesi, vedemmo un gigantesco pilastro giallo con tetti e convessità che sembravano impenetrabili. Forse potevamo esplorare più da vicino questa parete? Abbandonammo quindi l’idea di salire il pilastro a sinistra della Casarotto-Radin e ci indirizzammo verso questo nuovo obiettivo.

Da un’idea meravigliosa ne nacquero subito due

Spiz di Lagunàz (ph. Marco Conte)

Un po’ incerti iniziammo l’arrampicata e salimmo fino ad un’altezza di 250 metri. La qualità della roccia era eccellente e, malgrado qualche cuscinetto d’erba bagnata, era valsa la pena arrampicarsi. Un altro progetto stava maturando e come un’offerta allettante da un’idea meravigliosa ne nacquero subito due.

Sotto la parete dello Spiz di Lagunàz si sente la grandezza assoluta e la maestosità del regno naturale roccioso. All’essere umano che si avventura al suo interno non è permesso uscire frettolosamente. Una cordata di due persone qui si sente al limite delle proprie capacità e per realizzare una prima ascensione sa che dovrà dedicarvi molto tempo. Allora mi chiesi: «Come potremmo compiere due prime ascensioni se l’accesso alla parete, come pure la discesa, sono dei percorsi straordinariamente faticosi e lunghi? Forse le due ascensioni saranno possibili solo tramite una collaborazione proficua di più persone?» (3).

Informai Ivo del nostro viaggio di esplorazione e fu di nuovo lui, con fervido entusiasmo, ad accendere in me il desiderio di scalare entrambe le vie. Egli era dell’avviso che avessero una priorità assoluta rispetto a qualsiasi altro progetto.

Intanto il tempo era migliorato e il 1 agosto, con Florian e Franz, ci mettemmo, per la prima volta, seriamente al lavoro. I ricordi della faticosa e innevata discesa nel frattempo erano sbiaditi e adesso il vero problema era piuttosto il caldo. Con trenta chiodi e cinque cunei di legno nello zaino percorremmo, madidi di sudore, l’avancorpo e salimmo lungo il tratto che avevo già superato con Klaus e Petra. Dal punto massimo raggiunto fummo in grado di penetrare nella parete ancora per altre quattro lunghezze di corda, fin sotto a un grande tetto triangolare. Più in su il percorso si presentava problematico o, più esattamente, quasi utopico. Mi chiedevo: «Sarà mai possibile superare questo tetto e anche le successive lunghezze di corda a strapiombo, senza l’utilizzo di chiodi a pressione?»

Come previsto, scendemmo a doppia e riflettemmo se, dal punto di vista della sicurezza, avesse senso continuare.

Un grande tetto triangolare sembrava sbarrare la strada

In base alla mia esperienza, affinché un’ascensione si sviluppi in modo sensato, non sono solo le condizioni naturali della montagna ad essere decisive, ma anche una valutazione ponderata e concorde dell’obiettivo, nonché la determinazione e il desiderio di raggiungerlo da parete delle persone coinvolte. Sull’estetica della via, sull’utilizzo dei materiali, sullo stile da adottare e su come deve nascere un percorso, i componenti della cordata devono essere completamente d’accordo. In base ai fini e agli ideali, che nascono dal pensiero e dall’immaginazione, si sviluppa una capacità sana di percezione e un sentimento sensibile per la roccia.

9° tiro: verso l’uscita del grande tetto

Presi ad esempio Ivo, che mi aveva persuaso alla sua via, e allo stesso modo ispirai Franz, Florian e Klaus per la mia via. Il loro entusiasmo crebbe, misero in conto la fatica e salirono nuovamente sul faticoso avancorpo. Con l’aiuto di una traversata volevano tentare di aggirare a sinistra il grande tetto triangolare.

Mentre i miei amici erano impegnati in parete (4), io mi sottomisi al piacere delle comodità e rimasi in valle, al fresco sulla riva del torrente, ad osservarli da lontano con un cannocchiale astronomico. Quella postazione si rivelò particolarmente interessante e mi permise di conoscere svariati arrampicatori di fama. Ivo Ferrari, che proprio in quel periodo trascorreva qui la sua vacanza di ogni anno, partecipò subito e animatamente al progetto di questa prima ascensione. Vennero anche Alessandro Rudatis e i fratelli Lagunàz, che hanno lo stesso nome della montagna. I tre piccolissimi punti che si spostavano con cautela, ora a sinistra e ora a destra, non furono più persi di vista. Ma il tetto non sembrava superabile senza l’uso di chiodi a pressione e così i tre scesero nuovamente a valle a corda doppia. Tuttavia non avevano nessuna intenzione di abbandonare il progetto e così lasciarono, al di sotto del tetto, un kit di friends e un bel mazzo di chiodi. Prima o poi saremo dovuti andare a prenderli, oppure avremmo dovuto mettere da parte l’intera idea come fatto storico?

Pochi giorni dopo (5), con Franz e Klaus salimmo nuovamente con fatica l’avancorpo e fradici di sudore raggiungemmo gli ultimi chiodi di sosta sotto il tetto. Ma come potevamo superarlo?

Mi misi alcuni chiodi alla cintura ed entrai con cautela verso destra, nell’angolo del tetto. Un friend si lasciò inserire in una fessurina del tetto, poi seguì un grande appoggio per due piedi dal quale riuscii ad introdurre un chiodo. Funzionava veramente… Arrivato alla fine del tetto, riuscii ad incastrare in un foro due chiodi con un cuneo di legno e ad attrezzare la sosta.

Il punto chiave era così superato ed ora potevamo scendere soddisfatti a corda doppia e lasciare il restante materiale per la prossima salita.

Intanto riprende vigore il progetto iniziale sul pilastro dello Spiz di Lagunàz

L’idea originale di Ivo Rabanser, di salire il pilastro dello Spiz di Lagunàz, riprese vigore e venne il momento buono. Ivo e Stefan avevano del tempo a disposizione e così il 21 agosto decidemmo di iniziare la scalata. Eravamo due cordate, una tedesca formata da Klaus Oppermann, Lutz Franken ed io e una ladina costituita da due persone, Ivo e Stefan Comploi.

Anche in questo caso non avevamo ancora l’intenzione di fare una scalata completa. Volevamo osservare la montagna con più esattezza e avanzare nella zona centrale del pilastro, oltre la prima metà della parete.

Sosta sulla cengia, a sinistra la Quarta Pala

Mentre il tepore dell’aria mi lanciava attraverso le fessure nere e alcuni tetti, Ivo e Stefan, i quali forse erano più vicini all’elemento terreno, creavano solidi punti di sosta con una buona chiodatura. Ognuno contribuiva con le proprie capacità. Non potevo credere ai miei occhi nel vedere con quale slancio i miei compagni piantavano i chiodi e dubitavo di poter competere con la loro arte. L’apprendimento dei diversi saperi ed esperienze fu per tutti noi interessantissimo. Il pensiero filosofico di Hegel, come la tecnica nell’attrezzare percorsi sicuri, furono i temi dei nostri incessanti colloqui e ciascuno era interessato all’altro. Dopo nove lunghezze scendemmo a corda doppia e al termine di una lunga marcia raggiungemmo nuovamente il fondovalle. L’ascensione fino alla parte centrale del pilastro si rivelò ideale e bella, con difficoltà regolari e gradevoli.

Per il prossimo tentativo erano però necessarie alcune riflessioni: «Potevamo raggiungere il pilastro centrale dall’alto, dal Boràl a strapiombo, con calate a corda doppia e traversate?»

Era un quesito per noi importante, in quanto, a fronte della riduzione delle ore di luce, una scalata in giornata dell’intero percorso non era fattibile. Per questa ragione Lutz ed io decidemmo di fare un breve giro di esplorazione verso l’Arco del Bersanel e di scendere attraverso il Boràl fino al fianco ovest dello Spiz di Lagunàz.

Ivo mi aveva raccontato che anche Franco Miotto, durante le fasi di apertura della Via dei Bellunesi era sempre sceso dall’alto attraverso la gola. Effettivamente trovammo un vecchio chiodo di fissaggio di Miotto.

Varie informazioni che acquisimmo nel corso del tempo, attraverso i contatti con altri scalatori, ci portarono a conoscere e apprezzare sempre più questo territorio. Soprattutto Ivo Ferrari ci diede informazioni preziose su queste montagne eccezionali e fuori mano. Avevo quasi la sensazione che, in quanto straniero, mi prendessero per mano, come fa un padre con i figli, e addirittura mi difendessero da tutte le polemiche erompenti e ingiustificate. E fu proprio in quel periodo che qualcuno segnò all’inizio dell’avancorpo verso lo Spiz di Lagunàz, dei bolli bianchi sugli alberi e appese perfino strisce di plastica su rami come segnaletica.

Se pensiamo che mi sono presentato con una squadra di compagni, il cui rapporto con la tradizione della valle era quello di ragazzi inesperti, con un atteggiamento incline più al pensiero filosofico che a cogliere le emozioni dell’azione e con l’intenzione di realizzare un progetto di prima ascensione nelle Pale di San Lucano. Accordare così tanta fiducia ad uno straniero e addirittura incitarlo a proseguire, è un fatto di non poco conto.

Dopo l’esito positivo del giro di esplorazione, il 28 agosto, Ivo Rabanser, Stefan Comploi ed io iniziammo nuovamente la salita del pilastro. Al mattino, dal valico con il bell’arco di roccia ci calammo e compimmo l’attraversata con alcune calate in corda doppia, fino a raggiungere l’ultimo punto della nostra precedente salita. Affinché potessimo arrivare riposati sull’Arco del Bersanel, tre amici, Robert, Petra e Antje, ci aiutarono a portare il materiale, poi si spostarono sulla Quarta Pala per seguire ogni attimo della nostra arrampicata. La loro presenza sul monte di fronte a noi, diede alla nostra salita una forte sensazione di sicurezza e protezione.

Alpinismo, pedagogia e filosofia

Stefan prese la guida della cordata nella parte centrale della parete, mentre Ivo impiegò in modo spiccatamente geniale il suo talento per la comunicazione interpersonale. In questo senso la cooperazione della cordata era armoniosa e ritmica. Un bravo alpinista alla guida della cordata provvedeva ad attrezzare sicure solide, un bravo pedagogo creava un’atmosfera comunicativa e rilassata e infine io, con i miei pensieri filosofici, conferivo un piccolo completamento spirituale a tutta l’azione.

Eravamo tutti consapevoli come le modalità con cui la cordata collabora, può influire sul risultato di un’impresa. Ognuno di noi era interessato all’azione del proprio compagno e cercava di dare il massimo di sé: una parte indispensabile di un unico insieme. Una cordata a tre è più forte rispetto ad una a due e, se tutti accompagnano l’ascensione con partecipazione, aumenta la capacità di prendere decisioni giuste al momento giusto e di sfruttare le migliori possibilità.

Heinz Grill, Ivo Rabanser e Stefan Comploi

La via ci condusse, tiro dopo tiro, sempre più in alto in modo ideale. Un traverso su una cengia ben arrampicabile consentì di risolvere il punto chiave del pilastro e una fessura strapiombante, che fu superata da Stefan “senza grazia” con alcuni blocchetti da incastro e friends, non poté impedirci di raggiungere la grande cengia centrale.

La successiva zona della parete, oltre la grande cengia, contrariamente alla parte inferiore, era piuttosto instabile. Un bordo presentava numerosi blocchi pericolosi e il tempo scarseggiava. Riflettemmo fino a che punto quest’ultima salita avesse ancora senso. Ivo, a causa di una ferita, accusava dei dolori alla spalla e non si sentiva di guidare la cordata. La fragilità della roccia spaventava un po’ tutti. Sarebbe toccato a me, il più vecchio, superare questo tratto con rapidità e intuizione. Per i miei compagni ciò avrebbe comportato affidarsi a dei chiodi di sosta meno “interrati” e più “aerei”. Un tetto giallo ci preoccupava, ma la roccia migliorò ben presto e lo superammo senza difficoltà. Un camino d’uscita lungo cinquanta metri ci portò direttamente in cima.

L’arrampicata sul pilastro dello Spiz di Lagunàz ci colmò d’entusiasmo, era una via ideale e particolarmente bella. Ivo propose di dedicare la via e il pilastro a Lorenzo Massarotto. Stefan ed io apprezzammo l’idea di ricordare il “Mass” con questa via, tracciata in un luogo a lui tanto caro e portata a termine nel suo stile che ammetteva l’uso di pochi chiodi e nessuno a pressione.

Durante la discesa eravamo felici di avere con noi Robert, Petra e Antje, i quali si presero buona parte del nostro materiale. Anche Ettore era stato informato della salita e si recò fino al termine della strada carrabile per congratularsi e offrirci il suo aiuto. Tutti ci accolsero con una simpatia straordinaria, un fatto a cui non eravamo per nulla abituati.

Molte persone, di cultura e nazionalità diversa, hanno concorso a loro modo al nostro progetto con viva partecipazione e rispetto. Per noi che eravamo sulla parete, questo aspetto di reciproca cooperazione fu molto importante. Oggi, per il desiderio del rendimento a tutti i costi e della ricerca unilaterale di difficoltà sempre maggiori, si dimenticano questi valori umani. La prima ascensione del Pilastro Massarotto (6), non fu solo l’apertura di una via, ma una piccola fiamma che confermò le possibilità umane di empatia tra gli alpinisti.

L’ultimo atto: la via Collaborazione

Mentre noi tre eravamo sul Pilastro Massarotto, Florian, Franz e suo fratello Martin erano impegnati nella scalata del pilastro sud (7).

In quei giorni il tempo era ancora bello e stabile e così il 3 settembre mi unii a loro e partimmo con l’obiettivo di completare la via. In questa ascensione purtroppo Ivo e Stefan non poterono essere con noi: sono due guide alpine e nei mesi estivi sono spesso impegnati con i loro clienti.

Franz, Florian ed io ci spartimmo i materiali e iniziammo la salita. Quel giorno il tempo era piuttosto instabile e gli amici che ci osservavano dalla valle erano preoccupati (si adoperarono così tanto perché arrivasse il sole che mancò poco che in parete rimanessimo ustionati dai suoi raggi!).

Dopo undici ore di arrampicata raggiungemmo la cima, morti di sete ma felici per questa impresa meravigliosa e generosa. Avevamo alle spalle venticinque lunghezze di corda su roccia buona e con notevoli difficoltà. La discesa attraverso la Torre di Lagunàz, fino a raggiungere gli amici che ci aiutarono nuovamente a portare il materiale, rispetto all’intera via fu una bazzecola. Alle dieci di sera incontrammo finalmente Ettore nel locale di Mauro.

Come la musica unisce le persone, anche la montagna unisce più anime

Così si chiuse il cerchio di una piccola storia di due grandi prime ascensioni. Nell’estate del 2011, nella Valle di San Lucano, si erano trovate insieme persone che avevano partecipato direttamente all’ascensione e altre che avevano offerto il loro sostegno mentale. Come la musica può unire le persone, anche la montagna unisce più anime tra loro. In quei giorni non era riconoscibile nessuna traccia d’invidia, di gelosia, di egocentrismo da prestazione o di competizione.

Ci congedammo da Ettore e anche lui, con la sua disponibilità, diventò una parte di questa prima ascensione. Pensammo di chiamare questa seconda via “via Collaborazione”.

Senza i sentimenti di amicizia e disponibilità dei conoscitori e degli esperti della valle di San Lucano, non avremmo avuto la costanza di avventurarci così spesso su queste montagne con le loro faticose salite; senza la collaborazione degli amici che portarono i materiali e le corde fino all’attacco della via e che ci accompagnarono nei pensieri quasi ogni minuto; senza la grande forza ispiratrice di Ivo Rabanser, il quale possiede uno spiccato senso estetico per le belle linee, l’estate non sarebbe terminata con questi successi.

Questa forma di collaborazione, come si è espressa in valle di San Lucano, è per tutti noi il vero valore che rimarrà imperituro nell’anima.

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Con la collaborazione di: Heinz Grill, Franz Heiß, Martin Heiß, Florian Kluckner, Ivo Rabanser, Stefan Comploi, Klaus Oppermann, Robert Lindermayr, Petra Himmel, Lutz Franken, Antje Örs, Barbara Holzer, Ivo Ferrari, Ettore De Biasio, Alessandro Rudatis, i fratelli Roberto e Luciano Lagunàz, Mauro Chenet,
e con la “partecipazione” straordinaria di: Lorenzo Massarotto.

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Note:
(1) Chi è interessato a capire di quali polemiche si tratta, può leggere un esaustivo resoconto nel sito di Marco Furlani http://valledellaluce.wordpress.com/pag-7/
(2) Klaus Oppermann, Petra Himmel in una cordata con Heinz Grill, mentre Barbara Holzer aspettava sull’avancorpo sotto la parete.
(3) Lo sviluppo della parete compreso l’avancorpo è di 1300 metri di cui 900 in parete.
(4) Era l’11 agosto.
(5) Era il 18 agosto.
(6)  La via è stata ripetuta da Diego Dellai (Tonezza del Cimone, VI) e Matteo Tancon (Canale d’Agordo, BL), il 14 e 15 settembre 2012.
(7) Il 28 e il 29 agosto Franz, Florian e Martin erano saliti sulla parete e avevano bivaccato su un piccolo ripiano fra i mughi dopo il grande traverso a destra.

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Approfondimenti:

a proposito dela via Collaborazione:

a proposito di Heinz Grill e amici:

a proposito di Ivo Rabanser e della via Pilastro Massarotto:

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Pilastro Massarotto allo Spiz di Lagunàz (2338 metri), Heinz Grill, Stefan Comploi e Ivo Rabanser, 20 e 28 agosto 2011.
Difficoltà: VI+ e 3 passi di A1, dislivello complessivo: 1300 m

Pilastro Massarotto allo Spiz di Lagunàz (2338 metri), prima salita: Heinz Grill, Stefan Comploi e Ivo Rabanser, 20 e 28 agosto 2011

11° tiro: Heinz Grill e Stefan Comploi

13° tiro: Stefan Comploi prima della cengia; Ivo Rabanser al termine della cengia

14° tiro: fessure dopo la cengia; 16° tiro: lo strapiombo in artificiale

Ivo Rabanser, Heinz Grill e Stefan Comploi in vetta allo Spiz di Lagunàz

Ivo Rabanser e Heinz Grill sulla cima dello Spiz di Lagunàz

Heinz Grill, Ivo Rabanser e Stefan Comploi davanti all’Arco del Bersanel

Lutz Franken, Klaus Oppermann, Heinz Grill e Stefan Comploi

Petra Himmel e Stefan Comploi

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Via Collaborazione, Spiz di Lagunàz (2338 metri), Heinz Grill, Franz Heiß, Martin Heiß e Florian Kluckner, 28 e 29 agosto e il 3 settembre 2011.
Difficoltà d’insieme: EX, valutazione estesa: VII, A1 (obbl. VI+), dislivello complessivo: 1300 m

Via della collaborazione, Spiz di Lagunàz (2338 metri), Terza Pala delle Pale di San Lucano, aperta da Heinz Grill, Franz Heiß, Martin Heiß e Florian Kluckner il 28 e 29 agosto e il 3 settembre 2011

Bivacco alla base della via. L’attacco si trova tra lo Spiz di Lagunàz e il Piano Inclinato della Terza Pala

5° tiro: su placche ripide

Martin Heiß sulla sosta

7° tiro: su roccia compatta

8° tiro: una fessura guida direttamente sotto il tetto; un passo in artificiale; 9° tiro: in arrampicata in libera

9° tiro: il grande tetto

Chiodo con cuneo

13° tiro: il grande traverso in tecnica Dülfer

16°e 17° tiro: su roccia magnifica

Un bella sosta nella nicchia

20° tiro: arrampicata ariosa fuori allo spigolo

In vetta allo Spiz di Lagunàz, da sx: i fratelli Franz e Matin Heiß e Florian Kluckner

Il monte San Lucano dalla cima dello Spiz di Lagunàz con la cengia erbosa della discesa

Dopo la calata dallo Spiz di Lagunàz si risale sulla Torre di Lagunàz

Ritorno a valle, da sinistra: Heinz Grill, Franz Heiß, Ettore De Biasio, Florian Kluckner e Martin Heiß

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