Fuga sul Kenya: un classico da riscoprire

Posted on 29 ottobre 2012

0



di Lorenzo Filipaz  (Trieste) ≈

Si discuteva con Wu Ming 1 su come fosse caratteristica peculiare dei triestini il dilettarsi di storia, di letteratura e di cultura in generale pur svolgendo mestieri distanti anni luce da quei settori.

Come se, pur anelando a dedicarsi alle scienze umanistiche, la mentalità praticona del triestino ne riconoscesse a priori l’impossibilità di viverci e la limitatezza del consacrarci un’intera esistenza, cercando altresì una posizione solida in altro ramo, ritornando ai suoi veri interessi solo successivamente, attraverso la porticina angusta del dilettantismo.

Certo, non occorre essere triestini per adottare questa strategia. Vivere di ricerca storica o di Lettere è alquanto arduo da che mondo è mondo, anche quando si sforna capolavori, chiedete a Melville. Ma almeno di solito ci si trova un mestiere in qualche modo contiguo, non so: il giornalista, il bibliotecario, l’insegnante di lettere. Il triestino no, non vuole rinunciare a un buon reddito se può. Almeno un tempo gli impieghi da colletti bianchi – nel settore assicurativo, commerciale, bancario o amministrativo – erano quelli più redditizi e a portata di mano. Ed ecco che lo scrittore triestino più famoso, Italo Svevo, era in verità un commerciante e un impiegato di banca, ma anche Giorgio Voghera era un dipendente RAS, che di questa “schizofrenia” ne ha fatto la sua cifra. Compromesso borghese dunque, che conduce a un latente sdoppiamento di personalità tra il piano del dover essere e quello del voler essere…

No Picnic on Mount Kenya, Felice Benuzzi, London: William Kimber, 1952

Da Wu Ming 1 a Felice Benuzi passando per il monte Kenya
Ferma tutto, o come si dice a Trieste, blocca i manzi: che c’entrano letteratura e mentalità triestina e  Wu Ming 1 (1), scrittore di origine ferrarese, con “altitudini≈”, blog dedicato alle montagne per dipiù dolomitiche?
No, non ho perso la bussola e ora vi spiego il perché: Wu Ming 1 sta scrivendo assieme a Roberto Santachiara un libro,“Point Lenana”, che parte dall’alpinismo e da un triestino, Felice Benuzzi, per espandersi e prendere una forma difficilmente associabile ad un genere preciso. Nel gennaio 2010 WM1 ha pure scalato con Santachiara il monte Kenya, nella fattispecie la punta Lenana, per avvicinarsi meglio al suo protagonista.

Cosa può aver spinto al limitare dei 5000 metri un fiero abitante della pianura che fino a poco prima le montagne manco le guardava col binocolo?
La risposta è Fuga sul Kenya, libro scritto da Felice Benuzzi nel 1946, best-seller nei paesi anglosassoni nell’immediato dopoguerra col titolo “No Picnic on Mount Kenya”, molto meno famoso in patria, relegato alla nicchia della letteratura di montagna. È stato ristampato di fresco da Corbaccio (luglio 2012) in una bella edizione corredata degli acquerelli realizzati dall’autore.

Felice Benuzzi rientra appieno in quell’attitudine giuliana che si descriveva in apertura: non era uno scrittore di professione, era un funzionario dell’Africa Orientale Italiana prima e un diplomatico poi, oltretutto in lui detta inclinazione faceva il paio con un analogo approccio “dopolavoristico” allo sport, oggi abbastanza comune, ma all’epoca anch’esso tipico di Trieste, forse perché favorito dall’istituzione storica dei ricreatori comunali. Fin dalla scuola si era avviati allo sport, tra i quali – grazie all’iniziativa di alcuni intraprendenti educatori come il prof. Conforto – spiccavano quelli naturalistici e quindi alpinismo e speleologia, sicché quasi tutti i triestini – dal figlio del facchino al figlio del dirigente – potevano vantare in gioventù esperienze da alpinista o da grottista.

Un alpinismo da tempo libero forse, ma perseguito con dedizione e costanza sulle falesie subito fuori porta, Val Rosandra e Duino, e che col perfezionarsi dell’allenamento portava inevitabilmente alle amate Dolomiti, quelle più vicine magari, sulla Sinistra Piave, o quelle di Sesto, o le Ampezzane, sulle cui pareti è fiorita una tradizione alpinistica giuliana di tutto rispetto: dopo il caposcuola Kugy (invero più propenso verso le Giulie) su tutti Emilio Comici e avanti, passando per Enzo Cozzolino e Tiziana Weiss, fino a Mauro Bole detto Bubu (per sommissimi capi, per la lista completa chiedere a Spiro Dalla Porta Xydias, memoria storica dell’alpinismo triestino).

Sulla stessa via tentata dal maggiore Harold William “Bill” Tilman
A questa tradizione apparteneva appieno Benuzzi che con Comici aveva pure arrampicato. Ma egli non ambiva allo stato dell’arte dell’arrampicata, era un modesto. Quando scoprì di essere stato respinto dalla punta Batian (5199 m) (2) su una variante della via Shipton-Tilman si rallegrò: quell’ipotesi era stata giudicata impossibile anche dai suoi apritori che all’epoca figuravano tra gli alpinisti più forti del mondo e al quale egli non osava nemmeno paragonarsi (3). Quel Tilman peraltro, cari bellunesi, è proprio lo stesso Tilman a cui è stata dedicata l’Alta Via che porta da Falcade all’altipiano dei Sette Comuni, lo stesso Tilman paracadutato nel Bellunese come ufficiale di collegamento alleato coi partigiani locali, un anno dopo l’impresa di Benuzzi. Piccolo il mondo, no?

Punta Lenana (4985 m) – la vetta salita da Benuzzi e Balletto

.
Ma, modestia a parte, in Felice Benuzzi la passione alpinistica era forte e s’incontrava nel retrobottega della vita con quella letteraria (un trivio, se si aggiunge anche quella artistica testimoniata dai suoi genuini acquerelli), passioni messe nel ripostiglio dai compromessi della guerra, quella quotidiana  della carriera lavorativa e della famiglia, e quella propriamente detta dei cannoni. Quando si cimentò nella scalata del Kenya, infatti, egli era impegnato a fare nientemeno che il… POW, il prigioniero di guerra nel campo di concentramento inglese di Nanyuki.
Evase assieme al genovese Giovanni Balletto, detto Giuàn, e a Vincenzo “Enzo” Barsotti di Lido di Camaiore con il solo scopo di piantare una bandiera italiana sulla vetta del Kenya, per poi riconsegnarsi agli inglesi. Naturale che questi ultimi, cultori dello sport, del fair play e dei dilettanti ispirati, rimanessero colpiti dall’impresa e l’applaudissero (pur con alcune scorrettezze a mezzo stampa, come il divulgare il falso della bandiera issata a rovescio… si era in guerra d’altronde!).

Per riaffermare il primato del voler esser sul dover essere
Ovviamente l’impresa destò l’eco nazionalistico della stampa italiana. Eppure lo spirito col quale i tre intrapresero quell’avventura fu di tutt’altra stoffa, ben lungi dall’indulgere in retoriche patriottarde, come si evince dalle pagine spesso ironiche, talora quasi macchiettistiche, del racconto di Benuzzi (specie grazie al personaggio di Enzo, l’addetto al campo base, toscanaccio, tutt’altro che atletico e fornito solo di scarpe da passeggio col quale affrontò nientemeno che la foresta equatoriale).

I tre cercavano l’azione fatta, una volta tanto senza compromessi, non per “tirare a campare”, ma un’azione che valesse la pena per se stessa, un’azione per così dire “concentrata”, fatta per vincere la realtà quotidiana del reticolato, per riacquistare fiducia in te stesso, per affermare la superiorità dello spirito, per realizzarti, per essere una volta tanto te stesso, tutto te stesso (4). Riaffermare il primato del voler esser sul dover essere, ricomporre la “schizofrenia” triestina? Ma il reticolato non è forse la vita dei compromessi a cui la maggior parte degli alpinisti deve sottostare – non solo i triestini – e da cui si fugge in montagna solo temporaneamente per ritrovare se stessi, per poi riconsegnarsi puntualmente alla prigionia quotidiana al ritorno?

La mappa usata di Benuzzi: una illustrazione del monte Kenya su scatoletta di carne

Gli inglesi lo considerano un classico fra i libri di montagna
Ecco perché questo libro punta al cuore stesso dell’andar per monti. Gli inglesi hanno ragione da vendere nel farne un classico, quasi il libro di montagna per antonomasia, anche per le condizioni assolutamente do-it-yourself con le quali i tre fuggiaschi realizzarono l’impresa: i ramponi li ricavarono dal rottame di un predellino d’automobile, le piccozze da dei martelli modificati, la corde dal sisal delle brande e i giacconi d’alta quota da delle coperte da campo cucite su misura. Ma soprattutto affrontarono il territorio con pochissime cognizioni, usando l’illustrazione del monte Kenya su una scatoletta di carne come unica mappa (5) e un libro naturalistico scritto da un maggiore dell’esercito britannico come guida. Ne esce il ritratto del più puro spirito esplorativo: Ogni passo era una scoperta, un principio. Eravamo all’origine della cose quando i luoghi non avevano nome (6).

Un classico che non può mancare nelle librerie di chi ama la montagna di ogni latitudine, ma soprattutto qui nel nordest, perché – com’è naturale – non conoscendo nomi e dati topografici Benuzzi usò le rocce a lui familiari(7) come strumenti di paragone per descrivere ciò che vide  e così ecco che un panorama pittoresco gli ricorda le cartoline di Cortina d’Ampezzo, ecco che lo strabiliante tramonto tropicale gli rimanda l’enrosadira, il fiume Nanyuki gli ricorda il torrente Rosandra ed il Lenana sembra la Marmolada vista dal Fedaia. Chi quei posti li conosce e li ama riesce così a scrutare panorami ignoti con gli occhi dell’autore sulla base di un comune linguaggio fatto di pareti.

A completare il libro un capitolo dove Benuzzi traccia ex-post una disamina storica delle esplorazioni geografiche ed alpinistiche  del Monte Kenya e , attraverso la toponomastica, la storia e i miti dei popoli che vissero e vivono attorno a quella montagna. Un compendio monografico di Alpinismo, Storia, Antropologia, Geologia, Botanica, Zoologia. Non male per un grigio funzionario governativo. Come da perfetta tradizione triestina.

Felice Benuzzi, Fuga sul Kenya. Edizioni Corbaccio, Milano, pp.352, € 19.90

NOTE:
(1) Non millanto amicizie particolari, il contatto col pubblico e l’essere incredibilmente alla mano è una particolarità, oltre che del carattere dello scrittore, del collettivo Wu Ming che fa dell’incontro col suo pubblico un punto programmatico fondamentale.
(2) La Punta Batian è la vetta più alta del Monte Kenya, davanti a Punta Nelion e Punta Lenana, quest’ultima fu la vetta salita da Benuzzi e Balletto.
(3) Shipton e Tilman, amici e compagni di cordata in Kenya e Himalaya, fra le due guerre si rimpallarono, come giocatori da tennis, il record d’altitudine di vetta: nel ’31 Eric Shipton portò la quota ai 7756 metri del Kamet in India. Nel ’36 Tilman lo rialzò con i 7816 metri del Nanda Devi, nella stessa regione.
(4) Benuzzi, Felice “Fuga sul Kenya. 17 giorni di libertà”, Milano, Corbaccio, 12 luglio 2012 – p. 137.
(5) Per dare l’idea di quanto questo libro sia entrato nei cuori dei paesi anglosassoni basti citare le parodie della cultura pop: in una puntata dei Simpsons ambientata in Africa Homer conduce la sua famiglia attraverso un fiume basandosi su una mappa dell’africa stampigliata su ua lattina di birra…
(6) Op. cit. p. 330
(7) (…) poi giacché non avevamo un’idea della toponomastica ufficiale (non conoscevamo che due nomi: Batian e Lenana!) e dovevamo pur intenderci tra di noi,  ci divertimmo a dare nomi privati ai principali elementi topografici. Non per presunzione di imporre nomi, Dio ce ne scampi, che passassero alla storia o alla geografia, ma perché era indispensabile per nostro uso e consumo e anche uno spasso che non si offre ogni giorno. Op. cit. p. 161

foto apertura post: il versante est del monte Kenya, da sinistra le punte Batian, Nelion (con in mezzo il Diamond Couloir) e la punta John (4863 m)

______________________________________________________________________________________

Lorenzo Filipaz | Triestino, blogger (vincitore del Blogger Contest.2012), co-fondatore del gruppo alpinistico semiserio “Le Cavre”, amante da sempre della montagna in tutte le sue dimensioni, compresa quella letteraria e cinematografica.

‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾‾

Annunci