bc2012#16 | Vetro, ottone e roccia di Cimónega

Posted on 18 settembre 2012

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I vrrsanti nord orientali del Cimonega

Vetro, ottone e roccia di Cimónega

di Maurizio Salvadori (Sagron Mis, TN)
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Bisnonno Vigilio – atto primo

Yuri Gagarin
ch’è solo metafora
per conoscermi

Yuri Gagarin è un mio parente.
Ma nessuno me l’ha detto per tempo.
L’ho scoperto per caso, ed ora che lo so, mi sento un privilegiato e vedo una fetta di mondo con occhi diversi.

Mio bisnonno si chiamava Vigilio (18… – 1937) e abitava a Matiuž.

Uomo probabilmente forgiato ad immagine e somiglianza di quell’ameno, quanto meraviglioso angolo dell’alta Valle del Mis.

Non ricordo si sia mai parlato molto in famiglia di questo personaggio, così come non mi sono mai preoccupato di dargli un’identità, cosa che mi spetterebbe quasi come dovere di “moderno” discendente.

Nessun fatto particolare era riuscito a risvegliare in me un benché minimo interesse nei confronti dell’antenato. Questo, fino a poche settimane fa, quando mio padre, a lato di una chiacchierata sul Gabiàn, se ne esce candidamente dicendomi: “mi ho vist ancora na fotografia de me nòno su in žima la Piž, co’n bicer te man. El era na guida alpina”.

È come se si fosse scordato per quarant’anni di dirmi che mio bisnonno era Yuri Gagarin!
A saperlo prima, avrei salito quella cima per la prima volta con spirito diverso e mi sarei fatto incantare un po’ meno dalla targa in bronzo che mi trovai davanti.

Ma ormai è andata così, e per quanto bellissima, in quanto storia personale, è solo una fra le tante che affiorano rievocando le vicende che avvolgono Sagrón e Mis, microcosmo inesplorato.

Il binocolo. Cippo di confine tra epoche differenti

Bisnonno Vigilio – atto secondo

Viéro e otón
sol l’impressi
ón de véder
en cin pi vesìn

Vetro ed ottone
solo l’impressione di vedere
un po’ più vicino

Fra gli insignificanti soprammobili di casa, che s’alternano tra i lustri che scorrono, ve n’è uno che non è stato scalzato mai da nessuno. Sta lì piantato come cippo di confine tra epoche differenti.

Da Matiuž alle prime rocce del Piz di Sagrón, la strada non è poi molta.

Si racconta, che ai tempi del mio bisnonno, alla vista d’un camoscio gli uomini di quell’ameno paesello partissero di fretta per dargli la caccia abbandonando qualunque attività in corso.

Atto comprensibile di ricerca alimentare, giustificato forse anche dalle donne, costrette a completare il lavoro rimasto in sospeso (chissà perché nei racconti era sempre in corso la fienagione…).

A casa dei miei genitori, sul ripiano d’un mobile in legno tamburato, tra foto di famiglia incorniciate d’argento ed il TV color con decoder, sta appoggiato da anni un vecchio binocolo, che fu proprio del mio bisavolo Vigilio.

È un oggetto in ottone dalla struttura piuttosto traballante, ma ahimè avrà almeno 150 anni!
Le ottiche sono vetri più che lenti e guardandoci attraverso non sono mai riuscito ad apprezzare un benché minimo miglioramento dell’immagine naturale.

Nonostante ciò, posso immaginare il mio bisavolo spalmare, attraverso quei vetri, le sue pupille tra le pieghe del Cimónega, alla ricerca d’un pretesto per abbandonare il fieno da girare, le responsabilità e gli obblighi, per inseguire un sogno inevitabilmente a grandezza naturale.

Panorama verso nord dalla vetta del Piz de Sagron

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