bc2012#04 | Tofana di Rozes

Posted on 16 settembre 2012

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La Tofana di Rozes dalla Punta Fanes sud

Tofana di Rozes

di Paolo Borsoni (Ancona)
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«Questa è la parte più bella del sentiero», è la tua voce che sento mentre attraversiamo il bosco di faggi.

Sfioriamo salendo betulle, larici, abeti, pini mughi, alcuni slanciati verso l’alto a sfidare quasi il cielo, altri con foglie aghiformi ad accarezzare il suolo.
Ci arrampichiamo su tratti scoscesi, spuntoni, cenge, pietraie, ghiaioni fino ad arrivare a una lastra di basalto scuro dove nell’aria limpida la vista si apre su un orizzonte di cime innevate.
Guardo queste montagne con un senso di leggerezza, di stupore.
Sfilo il sacco dalle spalle, lo poso a terra e mentre scartoccio il sacchetto del pranzo vengo sorpreso ancora dalla tua voce:
«Ci fermiamo qui?!»
Sei sullo spigolo del precipizio, in viso hai un’espressione spavalda.
«Qui è piatto» replico quasi scusandomi.
«Qui è una passeggiata da pensionati!» sentenzi tu sorridendo beffardo.

In fretta sfili lo zaino. Togli la maglia zuppa di sudore.
«Ci vediamo dopo!», e non lasciando il tempo a repliche scattante come un gatto stai già arrampicandoti sulla parete nella tua sfida infinita al cielo.
Io distendo con cura la mia stuoia al suolo.
Sgranocchio con gusto il mio panino, e crogiolandomi al sole, rallegrandomi a riconoscere come vecchie amiche le cime innevate più alte, ringraziando gli dèi per la grazia leggera di essere qui quasi in cielo ti auguro: “Buona scalata! amico mio”.

Quando, saltellando da un masso all’altro ricompari come un stambecco leggero, hai il viso illuminato da una soddisfazione solare per l’impresa compiuta, per la cima conquistata, e un sorriso ironico sulle labbra per il mio dolce far niente.

Scalando la ferrata Cesco Tomaselli

«Allora?…» domandi con fare sornione (quasi ti fossi debitore da ore di una risposta).
«Allora cosa?!» replico rialzando appena gli occhi dal libro.
«Allora niente!…» (naturalmente).

“Allora”… era la fine di giugno, l’inizio dell’estate. Adesso invece fa freddo e sta nevicando; avanzo sul sentiero e a ogni passo sprofondo nel manto di neve fresca; rabbrividisco eppure il bosco è ancora più magico di sempre in questo silenzio intenso nel suo lucore quasi lunare. E mentre m’inerpico sul costone col cuore in gola dico:
«Carissimo amico mio! Come vorrei tu avessi avuto ragione! Questa doveva essere la passeggiata che io e te dovevamo ripetere per anni, per decenni insieme in estate, in inverno, in autunno, in primavera tra forre, pareti impervie, ghiaioni, boschi magici di faggi, sentieri sospesi sul vuoto».

Quando riesco ad arrampicarmi sul lastrone di basalto scuro su in alto, i paesi del fondovalle sono già sprofondati nel buio. Il ghiacciaio di fronte è plumbeo, dà i brividi. Nuvole basse incombono su tutte le cime.
Mi batte a velocità folle il cuore.
«T’assicuro, amico mio, che è stata un’impresa oggi arrampicarsi fin qui: nevica così fitto che non si vede quasi più nulla».

Poi non dico più una parola. Non c’è nessuno dintorno oggi a farmi compagnia con la sua arguzia, la sua spavalderia, con il suo affetto e l’amicizia che non potrà mai essere sostituita.
Tiro via il cappello fradicio di sudore.
Mi passo il dorso della mano sullo zigomo per asciugare, e mentre mi si calma lentamente il respiro resto così in silenzio per il mio amico.
Poi mi riavvio, riprendo la mia passeggiata da solo sul ciglio del precipizio in inverno.

In vetta alla Punta Fanes sud

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