bc2012#02 | La montagna del pastore

Posted on 16 settembre 2012

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La transumanza, fatica e gioia per il ritorno in montagna

La montagna del pastore

di Marzia Verona (Cumiana, TO)
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Quasi sottovoce, il pastore racconta:
«Ho sempre voluto fare questo mestiere: da bambino andavo a scuola, ma appena a casa partivo a pascolare con il mio piccolo gregge persino tra i

condomini, una volta mi sono scappati gli agnelli su per le scale e non riuscivo a farli scendere.
Avevo pochi giorni di vita quando mia mamma mi ha portato in montagna. Lei andava al pascolo, se doveva andare a “girare” le mucche mi lasciava in un posto sicuro, che non rotolassi giù, e poi tornava a prendermi. Giocavo sulle pietre con dei rametti di rododendro tagliati, erano le mie pecore, i miei cani, e le pietre più belle erano quelle piatte dove potevano pascolare tranquille.

La montagna è sempre stato il posto dove sto meglio, lì le pecore stanno bene, pascolano bene, non rischiano di mangiare diserbanti, non sono in mezzo al traffico della pianura. Una volta non vedevo l’ora di partire in transumanza e salire, già alla metà di maggio, ma da quando c’è di nuovo il lupo è diventato tutto più difficile, non posso mai lasciare il gregge incustodito nemmeno un’ora e la montagna non mi piace più come prima.

Per me la montagna sono i pascoli, il benessere dei miei animali. Una bella montagna è quella in cui loro stanno bene, hanno erba buona, acqua in abbondanza. Mentre sono allargate a pascolare, se non c’è pericolo mi piace salire in cresta e guardare di là, le altre valli, le altre montagne. Per noi pastori la “montagna” non è la vetta, ma è quella che affittiamo per passare la stagione d’alpeggio, cioè tutti i pascoli per i nostri animali.

Ho fatto tanti sacrifici per loro, per il mio gregge, in questi anni. Forse oggi ho già vissuto la metà della mia esistenza, questo lavoro ti richiede così tanto che non puoi venir vecchio. Una volta salivo e scendevo senza problemi, adesso nello spirito sono ancora un ragazzino, ma inizio a sentire la fatica e i dolori.

Non potendo lasciarle da sole, dovevo dormire su nelle vecchie baite, dove non c’è più niente, non puoi nemmeno accendere un fuoco. Quando ero bagnato fradicio per la pioggia e la nebbia, mettevo i vestiti sotto il nylon su cui dormivo per averli almeno un po’ caldi al mattino. Devi essere malato, per fare delle cose così. Ho passato delle notti in bianco vicino alla rete quando sentivo i cani abbaiare brutto perché c’erano i lupi che giravano.

Guardar lontano dalla cresta, il gregge e la pianura

Pensavo sarei rimasto solo, perché una donna non può fare questa vita. In passato le cose erano andate male, ma poi ho trovato chi ha capito davvero qual è la mia passione. Non potrei smettere di salire in montagna con il mio gregge, è la mia vita, però insieme abbiamo cercato delle soluzioni meno disagiate, anche se questo ha significato andar via dalle mie montagne, quelle dove sono nato, dove conosco ogni sasso. Mi piacerebbe avere già dei figli che possano venire con me al pascolo lassù, guardare insieme le pecore che brucano, le nascite degli agnelli, il rientro degli animali ben pieni, sazi, la sera verso il recinto. La mia compagna dice che non riuscirà mai essere davvero un pastore come chi in questo mestiere ci nasce, ma per me già solo arrivare alla baita la sera tardi e trovare la stufa accesa, il pasto caldo e la sua compagnia vuol dire tantissimo.

Al pascolo non sei da solo come la gente pensa, ci sono i miei animali, ci sono i cani, che sono fondamentali sia per il lavoro, sia per la compagnia. Fa male sapere che la gente giù in pianura non capisce il nostro lavoro, la nostra vita. Ci sono persone che passano e si fermano a far due parole, altri che invece ti evitano. Ma più che altro mi viene dentro tanta amarezza quando leggo certi articoli o sento quelli che ci giudicano senza conoscere la realtà. Vorrei che venissero con me a provare anche solo una settimana, con il brutto tempo o anche quando fa bello: portare tutto a spalle, le reti, il mangiare per i cani e quello per noi… Vorrei che vedessero quando metto a posto i sentieri perché le pecore possano passare in sicurezza, quando sistemo le fontane, quando pulisco tagliando i rami dei cespugli.

Senza i pastori, quelli veri con la passione dentro, e i loro animali, la montagna muore. Quando un gregge smette di pascolare una montagna, poco per volta questa si chiude, si perdono i viottoli e le belle fioriture. Ma la gente questo non lo vuole capire o non lo immagina nemmeno!»

Tante, troppe notti in quella vecchia fredda baita umida

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