Un’impresa diversa

Posted on 6 agosto 2012

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di Mario Ferrazza ≈

Un’impresa diversa, in basso, sotto le “dentate e scintillanti vette”

«L’intelligenza, quando brilla, è l’unica immagine che Dio lascia di sé in questo mondo; è ben rara, però, e prodigio il caso in cui s’accenda», sentenziava un vecchio non so se politico o prelato, ma la frase mi è rimasta in zucca.
Villacorta, tanto tempo fa, vantava un tale dotato di ottimo cervello. Sarebbe diventato un grosso ingegnere, un dottorone, un genio di certo, ma lui andò a studiar da prete. Vocazione? Opportunità di studio? Modesta condizione economica? Infatuazioni indotte? Nessuno può dirlo, soltanto lui lo sapeva, ma… “il vento spira dove vuole”.
Il ragazzo studiava con impegno, com’era suo dovere scelto in piena libertà, libertà che esigeva nel rispetto di sé e delle idee altrui, ne sentiva il rigore morale, la forza che vagliava con estremo puntiglio alla luce di una testolina di prima scelta. Ma faceva impazzire i maestri che gli tenevano la briglia corta temendo la vivacità delle intuizioni e il vigore delle ragioni di un moccioso, sensato sì, ma troppo oltre, oltre il limite che non c’è.
Allora il discepolo pativa l’incomprensione, soffriva della mancanza di affetto, spento, castrato per smania di perfezione. Gli mancavano gli ampi spazi nei quali, da bambino, si perdeva in corse sfrenate. Rimpiangeva i tramonti del suo paese, l’acqua del fiumiciattolo, gli sguardi dei compagni di gioco che avevano cercato in lui la sicurezza del capo, ma non si pentì mai della scelta fatta e a testa bassa si votava all’obbedienza.

Seguì il corso di studi con disciplina pari al suo valore anche se tutta quella scienza gli parve troppo spessa, quell’arte dialettica un’ottava sopra la realtà, ma era soltanto un ragazzo e lo sapeva.

I superiori lo ammiravano invidiando il suo acume, ma lo segnavano a dito: «Bisogna sorvegliare certe teste!»
Quella zucca non era forse un dono di Dio? La ragione non è forse immagine del creatore? E che credevano quei bigotti? Che l’onnipotente avesse barba, baffi e sedesse sopra le nuvole?
Il ragazzo stava in mezzo agli insegnanti come Cristo tra i dottori rivisitando la loro scienza, ma puntuale giungeva il richiamo al silenzio. Penitenza, umiltà.

Fu prete al dunque, povero e anonimo, anche se appartenere a una classe non più tanto riverita, ma sempre forte gli permetteva di esprimere le proprie idee di un Vangelo senza compromessi. Quel giovane ingenuo aveva forse la luce della santità, ma correva troppo con la giustizia, la misericordia, la fedeltà. Quando parlava ogni verbo gli veniva analizzato, pesato e consegnato al duro giudizio dei superiori.
«I peggiori nemici della Chiesa di Cristo sono gli ipocriti!», tuonò una volta durante l’omelia e tenne una lezione sul senso di quel termine in modo così preciso da scatenare una reazione subdola e feroce da parte del gregge più scelto.
Divenne il prete rosso, indegno dell’abito e degno di una severa condanna. Il vescovo lo difese dagli artigli delle pecorelle inferocite e lo spedì tra le montagne. Non fu una punizione, maun qualcosa che suonò alquanto amaro, perché la gloria di Dio subisce in questo mondo il vaglio del bastone.

«Eccellenza, mandatemi in terra di missione!», supplicò il pretino tra le lacrime, ma il vescovo decise che la montagna sarebbe stata terra di missione.

Col di Vezza (Dolomiti di Sesto)

Fu obbedienza e dura al segno da indurre il prete a gettare la tonaca alle ortiche, a pensare sul serio di farsi una famiglia finché era in tempo, a fare questo e quest’altro, a restare servo di Dio, perché ciò aveva scelto. Lui, che era stato l’intelligentone, che aveva tentato di insinuare la luce della ragione nella magia della religione, s’era imbrogliato nell’oppio del popolo, ne subiva l’ipocrisia, ma, ancora, non si sentiva sconfitto dall’apparato che custodiva il sacro in barattoli d’oro e che lo offriva ai fedeli nel terrore di un Dio tiranno; egli avrebbe separato la buona novella dalla tradizione zeppa di feticci, la sua fede avrebbe rimosso le montagne tra le quali si sentiva recluso. Abbandonato tra gente zotica, gente che non capiva nulla e non voleva sentire ragioni di sorta.
Ahi! Quei montanari non erano forse figli di Dio? Uomini di seconda serie, fatti tali dal caso, ma creature dell’altissimo alle quali Cristo s’era rivolto molti secoli avanti.

Il pretino cominciò a capire che il lavoro non gli sarebbe mancato, che avrebbe goduto pure di una certa libertà d’azione e che, in fondo, il primo a imparare sarebbe stato lui. Aveva fiutato fin dal principio della sua avventura lo spettro della solitudine, ma ora non si sentiva più solo, aveva i nuovi parrocchiani per compagni di viaggio, gente piccina, diffidente, costretta all’egoismo di una vita grama, ma donne e uomini che avevano bisogno del prete per un consiglio che li levasse dagli impicci. Gente che lo tormentava ogni giorno per matrimoni male assortiti, per affari poco chiari e men che meno a lui che era uomo d’alta filosofia.
Ma dicevano quelli: «Di voi ci fidiamo. Voi non vi farete mettere nel sacco. Voi non fate il vostro interesse».
E poi c’era sempre il suo lavoro e il conteggio dei battezzati, dei cresimati, dei morti. Dei morti quando la morte era sciagura doppia in una famigliola appena piantata dove rimaneva un giovane o una giovane con figlioli ancora da svezzare. Chi annunciava la tragedia? Il prete, per forza, era dovere suo. E chi trovava le parole adatte? Il prete che sapeva parlare e che aveva Dio e i santi dalla sua.

E chi poi doveva smuovere le coscienze dure come la roccia di quei monti e provvedere, far provvedere, raccomandare all’assistenza che non fosse pelosa? Il prete, era un obbligo suo e quel prete era uomo di cuore e di testa.

Nonostante tutto lo zelo espresso il parroco riteneva ancora provvisoria la permanenza in quel luogo fuori dal mondo. Una volta pagato il prezzo dell’orgoglio sarebbe stato chiamato dal suo vescovo per essere adibito a compiti adeguati al suo talento. Così pensava nella piena coscienza di sé e dei propri mezzi, ma la speranza restava tale. Il tempo si perdeva di stagione in stagione tra le creste dei monti, le guglie, i picchi colorando il paesaggio con agile monotonia. La parrocchia, intanto, cresceva d’anime e d’importanza.

Il paese s’era fatto grosso anche per merito di quel prete che era riuscito a scuotere quei quattro allocchi di montanari insegnando loro l’uso del cervello. Spinse, consigliò, convinse e la spuntò.
Quel postaccio gli era parso ideale per il turismo nascente: l’intuizione fu al dunque realtà, ma con quell’uomo, con quella testa. Qualcuno tra i paesani lo tenne per santo, la maggior parte gli voltò le spalle, altri lo accusarono di ficcare il naso in faccende non sue, ma lui si difese attaccando in modo diretto dall’alto di una dialettica superiore.
E l’elevata spiritualità per cui s’era fatto prete dov’era finita? Ormai era entrato nella parte dell’amministratore e dell’imprenditore per conto d’altri, non aveva il tempo per seguire l’intento primario: se la sbrigasse il cappellano aiutante come se l’era cavata lui!
«Signore pensaci tu!», borbottava alzando gli occhi dai registri parrocchiali, tanti, troppi.
Quando era arrivato, vent’anni prima, in quel paese non c’era nulla, ora c’era tutto, d’inverno e d’estate perfino troppo.

Il nuovo vescovo lo rimproverava d’essere troppo sbrigativo nei santi uffici, di non celebrare con la dovuta solennità, perché la gente ha bisogno del sacro e il sacro non va servito come un cono gelato.

La risposta giungeva puntuale e sottomessa, non priva di assicurazioni verbali ma anche di consigli al pastore dei pastori sui modi e sui tempi delle cerimonie, che, a giudizio dell’ultimo dei servi di Dio, s’allungavano a dismisura nella stretta osservanza dei canoni, stancavano il gregge che finiva col pensare ai casi propri sbuffando con l’occhio all’orologio.
Il tono di simili risposte portava con sé la rassegnazione di restare tra le montagne e accettare il titolo di monsignore con la patente di vecchio in ossequio alla volontà dell’onnipotente.

Il conflitto interiore ed esterno non finiva mai, con la coscienza, con l’autorità, col prossimo, ma il povero monsignore aveva imparato a superare ogni contrasto senza presumere la perfezione e senza cadere nei lacci dell’accademia di cui sarebbe stato maestro. Si destreggiava tra l’intransigenza sorda dei confratelli e la boria dei parrocchiani che s’andavano arricchendo sempre più dimenticando la povertà dalla quale erano usciti.
«Quando si fanno i soldi non si pensa che ai soldi: Dio non conta, il prossimo diventa seccatura». Così pensava e diceva notando il vuoto attorno a sé e si sentiva inutile. Ma non si abbandonava ai dubbi di un tempo, non si perdeva in speculazioni filosofiche inconcludenti, partiva in tromba a caccia d’anime, le più nere di quel paese. Frequentava i mangiapreti e discuteva con loro, ne stappava il rispetto, la simpatia, a volte l’amicizia. Le anime pie, destinate alla destra dell’altissimo, inorridivano minacciando di informare il vescovo.
«Figlioli, io sono invecchiato in mezzo alle semenze, il vescovo lo sa come la penso, quel che dico e quel che faccio: perciò mi tiene quassù, sta a voi sopportarmi!»

Parlava chiaro e le benediva a faccia dura e cuore aperto. Di ritornate al piano se l’era scortato. Raramente si recava a far visita ai parenti di Villacorta per rivedere il paesaggio monotono che gli era tanto caro: colline simili se non uguali, una pianura solcata da un fiumiciattolo che pareva scorrere a rovescio. Sembrava assurda quella mezza città che non cambiava mai come fosse vittima di un incantesimo. Streghe, folletti, fate… Scempiaggini!
Ruminava tra sé un poco associando il pensiero alle stramberie che avevano ricamato turisti di prima scelta attorno alla forza delle immagini dei contorni della sua parrocchia, scuoteva la testa color della cenere come per evitare il confronto con le forme anonime dei colli del paese natale. Aveva ancora qualche amico, qualche antico compagno di giochi, ma riconoscerne l’aspetto rappresentava un problema di memoria sempre più serio. Erano cambiati quelli, era cambiato lui: non più l’esile efebo faccia d’angelo, aria vaga da intellettuale, ma s’era irrobustito, aveva modi decisi, sguardo accorto e franco.

Il prete s’accorgeva d’essere ciò che non s’era mai sognato: un parroco di montagna dalle spalle larghe e dalle parole spicce.

«La parola» ripeteva spesso, «è una necessità, ma mezzo, non fine».
E con ciò esponeva l’ultima sua filosofia, l’unica rimasta illesa tra le tempeste di una vita intensa. E il pensiero sublime? Il concetto dialettico del supremo? Dov’era finita l’ambizione d’essere anima eletta, cervello superiore, nonché dottore della chiesa al capezzale di Dio?
Velleità scientifiche d’esile spessore, rintronamento intellettuale, saccenteria. Con ciò sarebbe diventato luminare del nulla, forse famoso, inutile di certo.

Meglio la montagna con la sua gente, allora povera, ora ricca e presuntuosa; là c’era tanto da fare per volontà o per forza; il tempo dedicato allo studio si riduceva al necessario per affrontare problemi veri, difficoltà, batoste morali da incassare e restituire. Ora, quel posto sembrava ideale per lo studio d’alto intento: il silenzio, l’ampiezza degli spazi, la suggestione del paesaggio erano un invito alla contemplazione, alla perfetta stesura della quinta essenza.
Ma altrettanto schietto appariva il tonfo della retorica agli occhi di chi fu costretto al pragmatismo.
Erano immagini dalla forza straordinaria le cime aguzze, le torri ardite, le forme sconnesse figlie di strane armonie geometriche e cromatiche, ma lo sguardo del parroco volgeva ormai in basso, alle ghiaie, all’antico sfascio di ciò che fu solido e superbo, come, dentro di sé, a certezze lontane frantumate dal dubbio della ragione.
Non che si abbandonasse al languore di un sospetto fallimento, che rinnegasse la sua guerra con l’ipocrisia: la sua fede restava solida come roccia compatta, ma andava a ritroso nei ricordi di una vita ormai lunghetta. In quei momenti l’uomo vecchio si figurava davanti a Dio.

Ascesa verso il cielo (Dolomiti di Sesto)

E dov’è Dio? Tra i monoliti diroccati, scheggiati, dentati, aguzzi, tozzi, interrotti da spiragli d’aria e di luce, nel groviglio dei gradoni, dei massi , delle forre dove il sole filtra a stento, ma passa e accende ogni cosa di rosa, di giallo, di rosso, di bruno.

Dio forse stava più in basso, in mezzo ai guai della gente e forse non era quel tiranno, quel giudice spietato offerto alla fama della fantasia popolare nell’interesse delle varie autorità.
Basta, non indagava oltre, si votava alla scelta fatta cinquant’anni prima confidando nella coerenza.
Quando finalmente l’alta gerarchia si ricordò di quel prete e decise di affidargli incarichi di studio e di docenza, egli rifiutò tranquillamente. Avrebbe obbedito se fosse stato un ordine esplicito, ma, trattandosi di un cortese invito, lo declinò serenamente adducendo al rifiuto ragioni d’età.

S’era adattato alla mansione di parroco e nulla più; che lo perdonassero quei reverendi padri come altri gli avevano perdonato l’orgoglio giovanile. Ogni parola senza acredine nei confronti di coloro che appellava eccellenze per iscritto, ma che nominava fratelli a quattr’occhi.
Con ciò, non che volesse abbandonarsi all’ozio di un meritato pensionamento: ormai c’era l’esperienza di mezzo secolo e la sua parrocchia aveva tanta gente e più gente ancora d’estate e d’inverno che riempiva l’intera vallata, gente che non voleva più saperne di preti e delle loro chiacchiere.

Donne e uomini di città che s’erano scrollati di dosso ogni superstizione, che cercavano in quel paesaggio, ancora quasi intatto, sensazioni nuove e antiche per occupare le vacanze se non la vita; brancolavano per sentieri e campi di neve ostentando certezze presunte quanto effimere.

Ma le voci, le grida, le risate rintronavano nella valle come un eco promiscuo, indistinto, insensato.
Qualcuno forse avrebbe cercato un prete in mezzo al frastuono e là avrebbe trovato quel prete.

(foto g.c. da Paolo Colombera http://www.dolomitipanoramiche.it)

Mario Ferrazza | Socio CAI Sezione di Feltre, appassionato escursionista e scialpinista ha percorso le Dolomiti in lungo e in largo, con qualche incursione nelle Alpi Occidentali e Centrali, compreso un paio di tracciati classici in Nepal.
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