Caccia sì o caccia no?

Posted on 30 aprile 2012

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di Piergiorgio Cesco Frare ≈

Il grande studioso di toponomastica Eberhard Kranzmayer nell’introduzione alla sua ricerca sui nomi delle montagne dell’Austria (Die Bergnamen Österreichs, 1968) afferma che nessuno “ha il diritto” (dice proprio così) di interpretare e spiegare i nomi dei monti se non ha la conoscenza diretta dei monti stessi e se prima non ha sentito la gente del posto.

Anzitutto – dice il Kranzmayer – lo studioso deve sapere come il montanaro chiama nel suo dialetto la singola montagna e deve conoscere da quali tradizioni e leggende essa è circondata.

In questa luce è dunque benvenuto qualsiasi apporto di tutti coloro che – come certamente i lettori di questa rubrica – frequentano assiduamente le nostre montagne e sono perciò in grado di fornire notizie di vario genere sul contesto nel quale i toponimi di montagna ovvero gli “orònimi” sono collocati.

Di qui il mio invito a partecipare attivamente alla discussione sui toponimi che vengo di volta in volta presentando, non tanto per stabilirne l’etimologia – faccenda assai delicata che lasciamo agli specialisti – quanto per aiutare gli stessi nell’arduo compito con conoscenze dirette del territorio, che talvolta (spesso) a loro mancano.

Vorrei, a questo punto, fare un paio di esempi per mostrare come il toponomasta può essere messo in difficoltà o addirittura fuorviato da un’interpretazione etimologica basata su mere apparenze linguistiche.

Per cominciare il problema dell’omofonia, che sarebbe a dire quando due o più termini presentano la stessa pronuncia ma hanno significato diverso.

È il caso del sostantivo “cazza” che ricorre, con varianti e derivati, in una serie di orònimi sparsi per tutta la nostra provincia e anche fuori. È noto che nei dialetti veneti caza (con la zeta aspra) corrisponde in italiano tanto a ‘caccia’ quanto a ’cazza’ (arnese da cucina).

Nei dialetti dolomitici i due termini si distinguono talvolta per la “c” dura di caza = ‘caccia’ e la “c” dolce di ciaza di ‘cazza’ = ‘mestolo’ sino però a confondersi di nuovo in un unico ciaza/céza come per esempio in Comèlico.

Ecco un sommario elenco di tali nomi di luogo (benvenute le eventuali aggiunte da parte di chi mi legge):

  • Monti del Sole: Col de la Cazzetta (in IGM è C.lle Cassetta, in Tabacco Col de la Cazeta); in alta Val Pegolera Cazze Alte (nella carta del von Zach Bosco de le Casse Alte); Forzela de la Caza Granda.
  • Gruppo del Cernera: Forcella Ciazza.
  • Gruppo della Cima dei Preti: Cresta delle Ciazze Alte.
  • Guppo del  Tamer – San Sebastiano: Caze Àute.
  • Gruppo del Sorapiss: Monti e Forcella della Caccia Grande (leggo in “Monti boschi e pascoli ampezzani” di Berti e De Zanna che in dialetto si direbbe Cacia Granda, che mi pare un italianismo non convincente: qualcuno mi sa dire la vera denominazione dialettale, sempre che esista?).

Monti della Caccia Grande, gruppo del Sorapiss (ph. P. Cesco Frare)

Quest’ultimo toponimo Caccia Grande documenta l’interpretazione ufficiale, che credo sia anche quella prevalente nell’opinione comune, dell’origine dei termini composti da questa parola: insomma caza significherebbecaccia’ e i nomi di luogo da essa derivati indicherebbero territori su cui si esercitava l’attività venatoria.

Ma è proprio così? Vediamo.

Il professor Pellegrini ha interpretato il toponimo Caze Àute nel gruppo Tamer come un derivato del termine cazza ‘mestolo per l’acqua’ usato in senso metaforico.

A proposito della Forzela de la Caza Granda in “Sentieri e viaz dei Monti del Sole” di Miotto e Sommavilla si dice che a essa fanno capo da un lato “un ripido canale, interrotto in basso da un salto roccioso” e dall’altro “un sistema di fenditura rocciose impercorribili” talché “la forcella non è quindi usata come valico”. Ciò significa che difficilmente era terreno di caccia.

Sempre in questa pubblicazione leggo che le Caze Alte sono costituite da “maestosi circhi”, il che potrebbe confermare la metafora da cazza nel senso di ‘mestolo per l’acqua’ come precisato più avanti.

L’amico Gildo Rova mi conferma che la Ciaza è la cima più alta del Cernera, che vista da Selva ha la forma di un mestolo cioè na ciaza.

Sono dunque propenso a credere che, almeno nel gran parte dei casi citati sopra, il sostantivo ‘cazza’ e simili sia frutto di quello che i linguisti usano definire una ‘metafora oggettuale’, al pari di ‘catino’, ‘vanno’, ‘caldiera’, ‘olla’ ecc., per indicare un avvallamento del terreno.

Ma una complicazione in più viene da un altro termine del latino medievale: cacia. Questo sostantivo, variante di chacea, ha il significato di ‘via’ ‘itinerario’ in particolare riferito al percorso per condurre gli animali al pascolo, ed è perfettamente omofono di cacia cioè ‘caccia’ nel significato attuale.
Nei dizionari dialettali dell’Agordino trovo caza/ciaza anche nel senso di ‘direzione giusta’ (del carro, della copia di bestie aggiogate).

L’amico Giovanni Tomasi mi conferma che in Agordo si usa il termine ciaza nel senso di ‘orma di bestia’. Da questo chacea deriva con tutta probabilità il toponimo Cécido alpeggio situato nella valle di Visdende (anticamente Cacido) e forse anche i vari Ciazadéire/Cazadòrie che troviamo in Comèlico e nell’alto bacino del torrente Frisón e che dovrebbero riferirsi a itinerari pastorali.

Allora caccia sì o caccia no?

Sarei curioso di sentire i vostri pareri (senza equivocare: naturalmente non è un referendum pro o contro l’attività venatoria). La prossima volta il secondo esempio.

(foto di apertura del post: Val Fiorentina: la cima più alta sulla sinistra è il Cernera detta anche la Ciaza, ph. P. Cesco Frare)

Piergiorgio Cesco Frare | Autore di saggi su escursionismo, toponomastica, archeologia e storia della provincia di Belluno

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Sei un appassionato di toponomastica? Conosci i luoghi descritti in questo post? Allora lascia qui sotto un tuo commento e partecipa alla discussione sui toponimi dei nostri monti. Ti sarò molto grato.
Piergiorgio Cesco Frare

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