Un rifugio sul Cimónega, progettato e mai realizzato

Posted on 6 luglio 2011

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di Teddy Soppelsa ≈

Una sera d’estate del 1920, un piccolo gruppo di appassionati di montagna si dà appuntamento a Feltre, al Caffè Teatro in piazza Vittorio Emanuele , e fonda il “Gruppo Alpinistico Feltrese”. Il gruppo non ha particolari pretese e le prime ascensioni hanno per meta il monte Pizzòcco, il monte San Mauro e le Vette Feltrine.

L’iniziativa però riscuote subito entusiasmo e partecipazione e, l’anno successivo, il gruppo decide di associarsi all’Unione Sportiva Feltrese (a quel tempo riuniva i diversi sports praticati a Feltre) e costituisce la “sezione alpina” dell’Unione Sportiva Feltrese. Tuttavia, anche questo sodalizio è destinato a durare pochi mesi e, già all’inizio del 1922, “per poter meglio sviluppare l’alpinismo nella nostra zona ”, alcuni soci prendono in considerazione l’idea di costituire una sezione del Club Alpino Italiano.
Dopo quasi cinquanta anni dalla fondazione del Club Alpino Italiano (avvenuta nel 1863 per volontà di Quintino Sella) anche a Feltre, almeno per una parte dei suoi abitanti, soprattutto quelli appartenenti alla piccola e medio borghesia, nasce la “passione per la montagna” e il desiderio di condividere con altre persone gli stessi ideali per la montagna e per uno sport che offre occasioni per una rigenerazione etica e fisica. Presidente della neonata sezione del CAI è eletto Antonio Olivotto (lo era anche della precedente “sezione alpina” dell’Unione Sportiva Feltrese).

Le prime attività si indirizzano nell’organizzare le gite sociali sulle vicine cime dolomitiche (la gita inaugurale si svolse l’11 giugno 1922 sulla Cima Rosetta nelle Pale di San Martino) o gite pellegrinaggio ai campi di battaglia della Grande Guerra (Monte Grappa, Ortigara, Tofana di Rozes, Colbricon, Pasubio, Carso), senza dimenticare gli amati monti di casa, come il Cimónega e le Vette Feltrine. Proprio da queste prime escursioni “fuori casa”, è possibile supporre come gli alpinisti feltrini poterono apprezzare l’utilità dei rifugi alpini, quali luoghi di ospitalità per gli alpinisti e cardini di un nuovo interesse per la montagna che, sempre più, stava crescendo in tutte le Alpi.
All’inizio del secolo scorso, i pascoli e i boschi, che per secoli erano stati meta esclusiva di pastori, boscaioli e di qualche cacciatore, anche nelle Dolomiti Feltrine iniziano ad essere frequentati per semplice diletto, senza alcun interesse materiale, solo per il piacere di conoscere e godere le bellezze della natura.
Le cime e le pareti rocciose che sovrastano i pascoli umanizzati, regno delle cosiddette rocce improduttive, offrono invece, ai più coraggiosi e intrepidi alpinisti, l’occasione per cimentarsi in nuove sfide e conquiste. Ed è proprio da questo nuovo interesse per la montagna, e forse dalla prospettiva di un suo sviluppo turistico, che matura fra gli alpinisti feltrini l’idea di costruire un rifugio sui monti a loro più cari, come si legge in un documento conservato nell’archivio della sezione: “Già da qualche anno fra gli appassionati per la montagna si è manifestato il bisogno, e quindi il desiderio di avere presso la testata della valle di Canzoi un rifugio alpino dove pernottare, per poter poi intraprendere la salita alla vetta del Neva, sulle Torri del Cimonega , sul Piz de Sagron, sul M. Alvis e su tutte le altre cime circostanti che, insieme al superbo blocco dolomitico del Sass de Mura, formano il gruppo del Cimonega”.

Nel 1924, il consiglio direttivo del CAI di Feltre, per “appagare questo desiderio degli animosi alpinisti”, propone all’Assemblea dei soci di realizzare un rifugio alpino “che può interessare non soli i Feltrini, ma quanti nel Veneto amano l’alpinismo”. Il consiglio direttivo nel corso della medesima assemblea, forse per parola del presidente Mirco Pozzobon (nel frattempo era subentrato ad Antonio Olivotto morto prematuramente), informa i soci che è già stato elaborato “gratuitamente”, da parte di un loro concittadino il signor Giovanni Gazzi, un progetto per la costruzione di un piccolo edificio alpino. La comunicazione si chiude con l’auspicio “che la cittadinanza, che segue sempre con simpatia tutte le manifestazioni sportive della nostra gioventù, contribuisca con aiuti finanziari alla realizzazione di questo desiderio dei nostri alpinisti”. Purtroppo il desiderio “degli animosi alpinisti” del CAI di Feltre non ebbe seguito, o meglio, dovettero attendere quasi cinquanta anni per vedere realizzato “un rifugio sul Cimónega” (ci riferiamo al rifugio Bruno Boz costruito, sulla malga Nevetta, nel 1970). Ed è proprio sulle ragioni della mancata costruzione del rifugio e sulla ricerca del luogo dove avrebbe dovuto sorgere che si concentra questa breve dissertazione.

Iniziamo dal luogo (presunto) per la costruzione del rifugio.
Nel documento la località scelta è indicata: “a circa 1750 m. s.l.m. poco discosta dalla linea di separazione fra la valle del Caorame e quella del torrente Noana che scende nel Primiero, e più precisamente a 200 m. circa dalle ultime malghe di Neva e a poco più di un chilometro al di la del vecchio confine”.
Oltre a dette indicazioni geografiche nel documento (forse redatto dal segretario Giuseppe De Zordi, deus ex macchina della sezione) si legge: “Il sito è già di per se degna meta di una magnifica escursione. Esso domina sui pingui pascoli di Neva, ricchi di acque che scendono dai soprastanti nevai, e sulle fitte selve di abeti che nereggiano nei valloni circostanti, tutt’ingiro giganteggiano i massi imponenti nominati più sopra e dove l’orizzonte è aperto si profilano da un lato le Prealpi Bellunesi, da un altro le dolomiti di S. Martino e di Croda Grande e ben più lontano i gruppi dell’Adamello e del Cevedale”. Orbene, che il luogo fosse nella conca di Nèva non dovrebbero esserci dubbi. Ciò che richiede un supplemento d’indagine riguarda la localizzazione puntuale del sito di costruzione. I dati che abbiamo a disposizione sono:
a) a circa 1750 metri di quota;
b) vicino alla linea di separazione fra la valle del Caorame e quella del torrente Noàna;
c) a circa 200 metri dalle ultime malghe di Neva;
d) a poco più di un chilometro al di là del vecchio confine.

Partiamo da una ricognizione degli edifici presenti all’epoca. Nel 1924 le malghe nella conca di Nèva erano quattro: la casera di Nèva della famiglia Bellati o Nèva di Finestra (1617 m), alla base del passo Finestra; le Casere di Nevetta (1660 m), su una collinetta poco più a sud di dove ora sorge il rifugio Boz (sono ancora visibili i vecchi ruderi); le casere di Nèva Prima (1686 m) e Nèva Seconda (1741 m) o Nèva di Mezzo, sulla destra orografica della val Fonda (quest’ultima è l’unica malga ancora oggi monticata e si raggiunge al termine della rotabile che sale dalla val Noàna). La relazione indica il sito di costruzione a circa duecento metri dalle ultime malghe di Nèva. Il termine “ultime”, va forse inteso come le malghe che si raggiungono per ultime, cioè quelle che si trovano più in alto, è quindi il riferimento andrebbe alla casera di Nèva Seconda. Ora, se dalla casera di Nèva Seconda ci spostiamo verso sud, di qualche centinaio di metri, in cima al colle che si affaccia sulla val Fonda, la quota raggiunge i 1759 metri: altezza prossima alla quota indicata nella relazione del 1924. Inoltre, da quel sito, si può godere di un ampio panorama “sui pingui pascoli di Neva”, mentre nei pressi delle altre malghe, sopra citate, il giro di orizzonte non è altrettanto ampio.

L’indicazione “poco più di un chilometro al di là del vecchio confine”, sembra invece suggerire un luogo fuori dal confine veneto. La linea del vecchio confine che divideva il Tirolo dal Veneto, oggi confine regionale, dal Pass de Mura scende in diagonale verso il rifugio Boz e prosegue lungo il solco della val Fonda. Un chilometro oltre tale confine ci porterebbe in suolo trentino, sul versante dove sorge la casera Nèva Seconda.

L’altro riferimento geografico “vicino alla linea di separazione fra la valle del Caorame e quella del torrente Noana” è poco chiaro, in quanto la valle del Caorame, cioè la val Canzói, è ben lontana dalla val Noàna e in mezzo ad esse c’è tutta la conca di Nèva. Da queste deduzioni possiamo forse azzardare che il luogo scelto per la costruzione del rifugio potesse essere nei pressi del colle che sta di fronte alla casera di Nèva Seconda, forse in prossimità del punto dove ora c’è una vecchia croce in legno; oppure sul colle dietro la casera, anch’esso molto panoramico.
Tuttavia il dubbio rimane, anche perché sembra strano che il luogo scelto fosse in territorio trentino, nella cosiddetta Nèva austriaca o todesca. Per quanto riguarda le ragioni della mancata costruzione, anche qui non si hanno notizie precise. L’idea tanto appassionatamente proposta dai dirigenti del CAI feltrino, poco dopo cadde nell’oblio. Saranno state forse ragioni economiche, oppure il venir meno del sostegno dei soci. Chissà cosa accadde.

Ad ogni modo di quel lungimirante proposito, di costruire “Un rifugio sul Cimónega”, ci rimangono i progetti di Giovanni Gazzi e le sue accorate lettere, nelle quali sollecitava i dirigenti del CAI di Feltre a rispondere ai suoi legittimi quesiti tecnici e soprattutto li invitava a fare presto.
Non abbiamo trovato traccia di alcun documento di risposta da parte del CAI di Feltre al volenteroso progettista e, senza far torto alcuno ma, al solo scopo di documentare un fatto accaduto quasi novanta anni fa, pubblichiamo le ultime due lettere di Giovanni Gazzi.

Conegliano, 20-10-924
Caro De Zordi, Non avendo visto risposta alle mie precedenti, scrivo ora per la terza volta, chiedendo le seguenti informazioni che mi sono necessarie alla compilazione del progetto del rifugio: desidero soprattutto una risposta esauriente. Se desidera un rifugio, pur di modeste proporzioni, ma completo, cioè con cucina, camera da pranzo, dormitori per uomini e donne, piccola stanza per un eventuale custode, sottotetto utilizzabile e latrina? Quali di queste parti è loro intenzione omettere? Per mio conto, credo che sarebbe bene far le cose una volta per sempre, e cioè pressappoco come da questo schizzo (segue un piccolo schizzo in pianta, nda), misura esterne approssimate m. 7×10 + il cesso esterno. Io ho già prese le necessarie informazioni e aspetto solo di conoscere i loro desideri: ne chiedano in proposito anche al prof. (?). Mi raccomando soprattutto di far presto, perché anch’io non potrò preparare il disegno da un momento per l’altro, benché sia mia intenzioni di sbrigarmi al più presto. Se vuole incominciare a chiedere informazioni sui prezzi, sappia che le murature esternamente dovranno essere a faccia vista, cioè con pietre lavorate e senza intonaco: i tramezzi si possono fare in legno: è pure consigliabile il rivestimento interno dei muri in legno: la copertura a pioventi molto inclinati può essere in scandole o in eternit come meglio credano. Sarà opportuno munire di feriate le finestre al piano terreno, ecc. In attesa di risposta, cordialmente la saluto.
Giovanni Gazzi

Conegliano 24/10 924
Egregio Sig. de Zordi, prima di procedere alla compilazione del progetto e allo scopo di non perdere tempo inutilmente, mi permetto sottoporre alla Sezione alcune considerazioni affatto personali. E’ vostra intenzione costruire un rifugio di cui servirci in qualsiasi stagione, oppure una semplice baita? In questo caso è inutile un progetto e basta affidare la costruzione a un capo mastro imprenditore delle nostre valli e farla sul tipo delle solite casere. Se si tratta invece di rifugio, bisogna provvedere anche a quel minimo di comodità oggi richiesto dagli alpinisti e soprattutto da quanti vanno in montagna non allo scopo di scalare vette. Diviene così necessaria una cucina con possibilità accendere il fuoco / meglio se ci fosse una cucina economica /: almeno due dormitori ecc. Conviene poi pensare all’avvenire e al coso che un numero maggiore di persone frequenti la montagna: che anzi questo è lo scopi del CAI dell’UD(?) del Touring ecc. Quanto alla spesa, io sono d’avviso che buona parte della somma occorrente vada spesa nella copertura, la quale è identica sia per una costruzione ad un piano come a due: perciò avevo proposto i due piani. Per la raccolta dei fondi, io credo che se verrà fatta con interessamento essa possa dare il necessario, credo sarà necessario lavorare e non poco. In ogni modo vi mando due abbozzi sommari di rifugio, uno completo ed uno un po’ meno, che vi prego di ritornarmi. Segno pure in questo foglio la pianta del rifugio ad un solo piano, come mi avete scritto. Se risponderete subito io comincerò al più presto il relativo disegno in base a quanto mi direte. Io credo opportuno che prima di decidervi in via definitiva sul da farsi, sia bene sentiate qualche casa dei prezzi almeno approssimativi e vediate praticamente fino dove può arrivare la raccolta dei fondi. Tutto questo, con un po’ e magari molto di buona volontà, può essere fatto presto e bene. (…) In attesa di leggervi cordialmente vi saluto.
Giovanni Gazzi

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1) Il Caffè Teatro si trovava al termine della salita di via Mezzaterra, poco prima di arrivare in piazza Maggiore.
2) Da un articolo pubblicato da “Il Gazzettino” all’epoca dei fatti.
3) Il nome Torri del Cimonega va forse inteso per le odierne Torri Nèva. Torre Cimónega è invece il nome con cui veniva chiamato il Piz de Mez fino agli anni ’30
4) per Cimónega va in teso il gruppo del Cimónega.
5) Nel 1924 gli edifici dove oggi è ospitato il rifugio Bruno Boz (1718 m) ancora non esistevano. Furono costruiti dal 1940 al 1942 per sopperire alla vecchia casera, la malga Nevetta, ormai fatiscente, che si trovava più in basso.

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